lunedì 29 giugno 2009

La vendetta di Niki

Luca era più bello e assorto del solito stamane, e la mia animella dispettosa non poteva far a meno di tramargli dietro, perché in fondo a me dava fastidio vedermi intorno della gente tranquilla – fosse essa persona o animale –; e forse per questo che quando vedevo Niki sopire tranquillo, tutto rotondo, lo stigavo sempre: perché la sua tranquillità mi faceva invidia!
Allora, Luca hai finito di farci il rodaggio al tuo trabiccolo? – guardò interrogativo: – quando vuoi, dimmi, che lo portiamo a truccare! –.
Si,che ho finito! – disse acidosetto: – e già da un mese! –.
E hai tolto i fermi?
No! – continuò come prima: – e comunque sarà il tuo un catorcio! e pure vecchio!
Oh, ma che hai!?
Ah, fai tu..., mi hai detto che ho un “trabiccolo”!
Ma ve’ che non è mica offensivo!
Ah no...!
No! vuol dire:... ‘aggeggio’! – e si tacque – quindi taci se non sai le parole! o chiedi... – l’incalzai: – e poi il mio non è neanche così vecchio come credi, ...bello! – dissi ora io acidosetto.
No...?
No, saranno sì e no... dieci mesi che ce l’ho!
Davvero?
Certo! Io non ho mica mamma e papà che me lo comprano appena l’ho chiesto! a quattrodic’anni... – sottolinea, spargendo veleno da tutt’i pori: – Io per un anno sono andato col Ciao, carino! – ma finita la mia filippica, Luca mi guardava cogli occhi lucidi.
Ma perché mi tratti così!? – disse: – delle volte sembra quasi che io ti stia sul cazzo! – e fece come per andarsene, ma io lo fermai.
No...! no...! dai Luca... scusa! – e l’abbracciai.
Eh, prima mi tratti male, e poi mi abbracci! – disse tentando ancora di scappare.
Dai, Luca scusa... scusami – lo strinsi ancora più forte; non l’avrei dovuto trattare così: come un ragazzino viziato non lo era affatto, ma l’invidia certe volte fa dire cose irragionevoli. – ...lo sai che delle volte sono un po' stronzo! –.
Un po'...? Un po' molto! – mi disse, ma me lo meritavo tutto.
Scusami dai..., hai ragione!
Sì, va be’, ma lasciami!
No, dai..., resta qua!
Devo finire! – s’impuntò.
Dai, fallo qua! – lo trascinai tra le mie gambe, sulla mia sedia: non potevo lasciarlo andare, o sarebbe scappato.
Senza dir niente si rimise a studiare con me che l’abbracciavo, così – per me – mi diede anche l’implicito assenso ad accarezzarlo in ogni suo dove, su tutto il suo corpo. Per tutto il tempo non lo lasciai andare: sempre un braccio cinto intorno alla vita, sempre una mano sulla schiena o la chioma, volevo essere per lui l’ideale guscio di tartaruga entro cui rifugiarsi, ma sentivo che ancora mi resisteva: – Luchino che fai? – lo accarezzai lungo i fianchi affacciandomi alla sua spalla.
Non chiamarmi così! – disse stizzoso.
Dai... – lo accarezzai ancora per ricever risposta, ma non rispondeva: – Perché? –.
Perché no!
Va be’, allora Luchetto...
No! neanche quello! – ma che aveva contro gl’ipocoristici? Fors’era per il mio stesso motivo che non amavo di sentir pronunziare il mio nome per intero, ma lui era per gli alterativi.
Allora Cinnazzo... – provocai.
Mhmm!
Ma allora come ti debbo chiamare...?
Luca! anzi non chiamarmi affatto!
Ma si può sapere cos’hai oggi? – gli strofinai i capelli.
È che domani ho un compito... – s’accasciò disperato: – ...e non ci riesco! –.
Oh Luca, a cosa?
A impararlo... – e dopo un po' d’insistenza mi spiegò che quel periodo di storia proprio non riusciva ad entragli nella testa, o meglio ad uscirgli, perché quando ne aveva bisogno che non riusciva a rammentarlo, tipo durante le interrogazioni, fin dalle medie; insomma una sorta di sua nemesi storica. Ma la cosa che più, sentivo, lo disperava era l’idea dell’insuccesso che proprio non digeriva; e strano perché i suoi, mi sembrava, non lo pressassero affatto, ma forse era la sua predisposizione innata all’eccellenza a impedirglielo.
Dai Luca..., scommettiamo che la sai? – gli accarezzai la sua testolina bionda, ma Luca emise solo un muggito sconfortato. – Oh... facciamo una pausa... – proposi: – dai che ti faccio una bella sega! –, e dopo un po' di moine cedette alla mia sega rilassatrice.

Lo accompagnai al divano con la testa poggiata al braccio e le gambe in centro, poi ne sollevai una per mettermi a sedere.
Perché? – mi chiese.
Perché così sto comodo anch’io, permetti? – o solo lui primino doveva star comodo mentre io gli facevo la mia sega rilassatrice? così m’infilai tra le sue gambe, una davanti e l’altra dietro, e incominciai a sbottonarlo. O che dolce! mentre se ne stava buono buonino a farsi slacciare i pantaloni, poi gli presi il suo notevole fallo: non duro, ma già abbastanza barzotto per poterlo segare.
Dove metto? – mi chiese.
Ma metti dove vuoi! – ma cosa vuoi che me n’importi a me di dove metteva la televisione, ché mi stavo godendo la sua bella bega, ormai più famigliare nella mia mano del manubrio della bici o della manopola del motorino.

***

Allora, sei più rilassato? – gli chiesi dopo un bel po' di masturbazione ma senza alcun intento di libiditorio, perché io volevo rilassarlo, non stimolarlo: infatti l’avevo preso appena sotto la cappella.
Sì! però ora devo continuare... – disse alzandosi sui gomiti.
No! stai...
Ma...
Stai qui, lo facciamo insieme!
Ma...
Stai lì! – lo bloccai con risolutezza: – Torno subito! – e lo ripoggiai con una mano sul petto. – Allora dov’è? – ritornai col libro.
Ma devo studiare! – ribadì alzando il tono, come io se non avessi capito.
E adesso lo facciamo... stai tranquillo! Dimmi la pagina! – lo calmai: – L’hai studiato? –.
Sì!
E allora, dai... che ripassiamo insieme... – poi mi rimisi tra le sue gambe, riprendendone l’uccello: – Bene, inizia! –.
Mahhh... – mi guardò perplesso mentre tenevo il suo uccello; ma era proprio quello il bello!
Tu inizia, che io continuo! – continuai la sega e dop’ancora un po' di titubanza Luca incominciò a ripetere. Io lo masturbavo e lui ripassava, e quando sbagliava gli stringevo il fallo in modo ch’associasse l’idea del dolore all’errore, e poi correggevo e quindi lui ripeteva; e se diceva tutt’esatto, ogni tanto, scendevo e gli baciavo quella carminia cappella.

***

Bene! Allora, visto che sai tutto!? – gli cominciai un’energica sferzatina.
Sì, però dammi che voglio controllare!
No! – allontanai il libro: – Luca, sai tutto! – e dopo averlo messo via velocemente, gli salii sopra.
E adesso...? – mi chiese con malizia.
Adesso ti do il voto! – mi fiondai sul suo pene. Quel cazzo di primino mi aveva fatto perdere l’intero pomeriggio per il suo ripasso, e ora mi doveva per lo meno una ricompensa: quel contentino che solo lui mi poteva dare; già il sentire il suo lungo cazzo nel mio cavo orale era per me una rimunerazione più che degna, poi, se mi faceva partecipe anche del suo orgasmo, come sinora sempre aveva fatto, eravamo definitivamente a posto.
Luca gridò: un gridolino acuto pervase l’aere e un saporino acre il mio palato: come sperato.
Luca... – volevo chiedergli; ma mi fermai, perché mi sembrava blasfemo chiedergli se il voto che gli avevo dato gli era piaciuto, data l’estasi sul suo volto. – Vieni sù! – allora lo tirai in piedi, per coricarmelo addosso, ma vista l’ora preferii abbracciarmelo e accoccolarmi con lui a guardare la tivù.
Che bello stropicciarsi un primino guardando la tivì, era un po' come avere un orsacchiotto tutto per me e anche d’una discreta consistenza visto che non si sfaldava come certi pupazzi al primo strapazzo; poi a un certo punto sentii la sua faccia vicina: un bacio m’aspettavo, casto, sulla guancia; ma mi sentii leccarmi a fianco dell’orecchio.
Beh, mah!... Luca...! – esclamai portandomi la mano su quell’impronta d’umido che m’aveva lasciato quasi come una basetta d’acqua.
Mm... così! – disse con nonchalance in risposta alla mia implicita richiesta di spiegazioni.
Cosììì...?! Te lo do io così! – gli saltai addosso eccitato dalla sua trovata, mentre lui rideva. Io lo sovrastavo e lui rideva: iniziammo una giocosa lotta fatta di risate e solletico, e quel biondino stava avendo la peggio, quando sentii commentare alle spalle: – Dunque è così che studiate! – disse mia madre apparendo dalla cucina.
Oh oh! – bisbigliò subito Luca portandosi le mani a chiudere la patta, per fortuna che lo schienale lo nascondeva.
Dai, muoviti! – intanto io andai. – Allora ma’... – dissi come riempitivo per prendere tempo.
Cosa?
Niente...! – tanto era solo per perdere tempo, e dare modo a lui di sistemarsi, infatti arrivò d’improvviso tutto puntino
Ciao allora... io vado! Ci vediamo domani! Ciao! – saluto anche mia madre, per la prima volta, con un «ciao» per la fretta, scomparendo poi per la tromba delle scale.

***

Stavo bevendo a collo ribeccandomi l’ennesima la romanzina da mia madre, quanto Luca rientrò dalle scale con la faccia sconvolta. – Beh...? – esclamò lei vedendolo che sembrava appena aver visto un fantasma; a me invece la sua espressione suscitava un sacco di risa.
C’è... c’è Niki sul mio scooter... – balbettò; benedetto d’un gatto: ce l’aveva quel brutto vizio!
Subito mi misi le mani tra i capelli per assumere anch’io una faccia sconvolta: – Beh..., caccialo via! – gli risposi con ovvietà.
Ma ho paura che me lo graffi...! – sembrandomi così pìcciolo, che subito cercai lo sguardo di mia madre per irriderlo, ma lei si raccomandò: – Dai aiutalo! – con fare compassionevole; in fondo c’aveva ragione: un primino andava aiutato, non deriso, e così lo accompagnai per un braccio a vedere il motorino.
Era un amore vederlo scendere le scale così timidamente preoccupato, mi faceva una tenerezza assurda, specie se pensavo alla nullezza del suo cruccio ch’eppure gli faceva uno sguardo così dolcemente turbato da non potermi però esimere dallo spauricchiarlo! Aprii la porta; ed eccola là la vendetta di Niki, che per averlo lavato ora si toelettava, per una legge del contrappasso, fieramente sul suo scooter, quasi fosse su di un piedistallo.
Luca, mi raccomando, non muoverti! – lo vidi impietrirsi.
Perché?
Perché dopo, se si spaventa, scappa e ti graffia la sella... – il suo sguardo si fece d’un bianco che pareva svenirsi all’idea di trovarsi uno squarcio sul motorino (nuovo): – lascia fare a me! –.
Lemme mi avvicinai per aumentare la tensione e facendogli cenno di tanto in tanto di non fiatare, così da vederlo col groppo in gola, poi giunto in prossimità di Niki l’afferrai ratto, mentre ancora si lavava. – Preso! – gridai esibendolo come un trofeo, e Luca subito s’avvicinò per fargli un «veeehh» che suonava di tutte le raccomandazioni del mondo, poi si chinò a controllare lo scooter.
Ma no...! – lamentò mentre crogiolavo Niki.
Che c’è?
M’ha graffiato lo scooter! – disse indicando le carene, avendo come un moto stizza in cui non sapeva quasi se prendersela con quel batuffolo in fusa tra le mie mani o se perdonarlo per la sua incoscienza.
Dove?
Qui! – m’indicò sotto la sella.
Vidi un piccolo rigo sottile un fil di capello: – Hai ragione! hai fatto bene a dirmelo: così ora lo picchio! – alzai la mano, ma lui: – NOO!!! – mi fermò il braccio: – Ma poverino!! –.
Ma poverino de che!? T’ha graffiato lo scooter!
Sì..., ma non è colpa sua! non l’ha fatto apposta! – sì, in fondo era solo un gatto..., non avrebbe potuto farlo con intenzionalità (o no?); tanto, comunque, non avrei picchiato il mio micio: non era mica il mio scooter quello ...; poi Luca tornò a ridisperarsi come un primino lagnoso.
Uffa... ma cazzo! – continuava a guardare il suo motorino “graffiato”, mentre io mollavo il gatto.
Fa’ vedere, vah! – intanto lui continuava calpestare come un Paperino inocato: – ...ma questo non te l’ha fatto un gatto! – dissi.
Ah no...! –.
Luca, il gatto non fa free climb per salirti sul motorino; ci salta! – lo ammutolii immediatamente.
Ma allora cos’è? – non voleva però arrendersi ad attribuire la colpa a qualcun altro.
Mah... l’avrai fatto tu... – l’imbeccai.
E come!?
Luca... queste carene sono belle, ma si graffiano con niente! guarda il mio..., ch’è solo lavato! – e si precipitò a osservarlo tutto micrograffiato da graffiature circolari. – Comunque, dai..., con un po' di Polish va via tutto! –.
Come...
È un prodotto per levare i graffi! lo usa mio padre lava l’auto! – Luca mi guardò come per chiedermi di non dargli false speranze: – Dai, faccio così: un giorno di questi, quando vieni, li laviamo e ce lo diamo... – dissi per confortarlo, ma lui...
Ehm... – mormorò, ciondolando come un bimbetto vergognato: – non è che si potrebbe fare domani? – domandò velocemente.
Va be’, dai... facciamolo domani! – l’accontentai...

giovedì 28 maggio 2009

Visite

Beh, almeno a me una donna me l’ha toccato in vita mia! – replicò Luca vendicativo in risposta a una mia provocazione giocosa, mandandomi diritto nel panico (manco m’avesse fatto una sua mossa d’aikido!). Chi? Come? Quando? subito mi venne in mente sua madre che gli toccava il pisellino da piccolo mentre gli faceva il bagnetto, ma poi compresi ch’era inverosimile, persino per lui, ch’elevasse quella figura materna a icona femminile, per di più in accezione erotica, di “donna”; ma allora chi era quella sciagurata? – Chi scusa? – domandai con pacatezza per celare il mio rovello interno.
La dottoressa! – esclamò, scontando ch’io conoscessi ogni minuto della sua vita – quella che me l’ha scappellato! – precisò: aaha... ‘quella’ dottoressa...
Ah, beh..., ma, se è per quello, allora anche a me una dottoressa me l’ha toccato in vita mia! – e a differenza sua non c’era mia madre con me nella stanza!
Quando?
Boh, sarà stato in prima media..., durante la visita credo... – Cacchio! ma allora anche a lui l’avranno fatta ... – realizzai – quindi non eravamo affatto pari quanto a toccatine da quelle parti...
Come!? – esclamò stupito.
In prima media! Non ve l’hanno fatta la visita?o forse eri ammalato...
Sì..., forse..., – smozzicò rammentando: – ma a me non l’ha toccato! – beh, meglio! comunque non avrebbe potuto dimenticarselo se fosse successo, visto che si ricordava quella volta in cui aveva nove anni! Probabilmente, allora, era soltanto la nostra dottoressa, la pervertita che si divertiva a toccare i pistoletti di noi ragazzini delle medie. – Ma che ti ha fatto? – mi chiese interessato: avevo acceso la sua curiosità pruriginosa.
Niente, – mi atteggiai a figo: – più o meno quello che ha fatto a te! – e mi fece segno dello scappellamento – Beh..., a me non l’ha aperto, e poi prima mi ha toccato le palle! – specificai.
Ma allora te l’ha toccato o no? – a lui interessava solo sapere se l’avessero toccato anche a me o se era soltanto lui l’unico detentore di quell’insolito primato.
Sì! ma non come a te!
Cioè?
Cioè me l’ha scappellato...
...pure a me!
Mhmm, ma lasciami finire! A te l’hanno “aperto”, nel senso di ‘scappellato per la prima volta’; a me no, invece! e poi io non ce l’avevo duro... – e questo per me era motivo d’orgoglio, perché significava che io, al contrario di lui, non ero un ragazzetto che non andava in eccitazione per ogni nonnulla, compresa una dottoressa racchia! e poi c’era la questione della madre anche: che nel mio caso non era dentro con me nello studiolo a guardare, ma forse su questo aspetto era meglio sorvolare se non volevo farlo incazzare, come spesso succedeva se gli si sottolineava un qualcosa che, secondo lui, potesse farlo sembrare ‘piccolo’. Ma l’attenzione di Luca era incentrata tutta s’un unico aspetto: – Ma allora perché te l’ha fatto? – mi chiese con la faccia che sembrava un punto interrogativo.
Per controllarmi se s’apriva! Vieni, che ti mostro! – lo presi per un braccio e lo trascinai con me sino al divano; non c’entrava un cacchio, ma dopo tutto quel parolare di scappellature e toccamenti, mi era venuto voglia di toccarglielo, solo che non sapevo che pretesto trovare.

Luca si lasciò trasportare tranquillamente, come un bambino condotto per mano incapace d’esprimere una propria autonoma volontà; non l’avevo mai visto così mansueto: mi pareva recasse la scritta: «fai di me quel che vuoi», e io lo feci: – Dai spogliati! –.
Perché...?
Devo farti vedere cosa m’ha fatto..., allora spogliati: io ero in mutande! – e il bello è che lui non mi aveva chiesto un bel niente, ma iniziò ugualmente a spogliarsi. Bravo, bravissimo, mi piaceva troppo vederlo seminudo, specie che ora quella mise gli s’addiceva così bene alla sua docilità: – No, lascia! La canottiera ce l’avevo... – perfetto, ora esattamente com’ero io allora, solo che lui era più carino di me.
Senz’obiettare seguì i miei consigli di mettersi sul divano e mentre m’ubbidiva, gli sarei saltato addosso mordicchiandogli quella spallina nuda, che sembrava spoglia apposta per me. – Mmm... bene! dunque..., – rimasi incantato dalla sua beltà.
Allora...? – fu lui a spronarmi.
Dunque! va beh..., lei prima mi ha pesato e misurato... – ma questo l’avevamo già fatto... – ...poi mi ha fatto stendere, come te adesso, e (a tradimento) m’ha tirato giù le mutande! – che a pensarci bene non dovevo essere tanto diverse dalle sue di adesso, solo che io allora avevo undic’anni, non quattordici! Poi notai che il suo bel randazzo s’evidenziava già vistosamente duro sotto la canottiera, che per fortuna lo ricopriva, ma la sua sagoma mi creò ugualmente imbarazzo, forse perché m’immedesimavo troppo, col lui d’adesso, nel me d’allora; poi Luca m’acconsentì ad abbassargli le mutandine e così con un brivido di libidine, fu come se scoprissi lui adesso e me allora. Rimasi un’altra volta incantato dalla sua nudità, o per meglio dire dalla sua genitalità, anche se ora era soltanto quella dei maroni: ma dov’altro lo trovavo un più bel paio di maroni di quei due penduli testicoli! – Poi mi ha toccato i maroni! – gli dissi, e glieli presi proprio come lei allora, per fargli sentire lo stesso senso di fastidio che mi diede, isolandogli per bene una gonade fra le dita: – Ricordo che mi diede un fastidio tremendo... – commentai, infatti, anche lui movette la gamba infastidito.
Sì! dai...
Aspetta, mi ha fatto anche l’altro... – e gl’isolai anche quell’altro testicolo: mi piaceva troppo sentire quella fava dura dentro il suo sacco scrotale, e poi io ero un patito delle “ricostruzioni”e se le facevo, le facevo per bene...
Dai...! – ripeté infastidito: – Poi che ha fatto? –.
Mi sono sentito toccare il cazzo! – e finalmente svelai il pezzo da novanta: mamma che cannone! era già duro in canna! – Vabbè, il mio poi non era così duro... – e neanche così lungo!
Mmm! poi... – a lui interessava solo ch’io arrivassi al dunque.
...me l’ha preso qua(sotto la cappella) e ha tirato su e giù per veder se scorreva! – e io per mostrargli quella cretinata, avevo fatto tutta quella pantomima... -_-' ! poi presi a masturbarlo.
Beh, e non te l’ha misurato?! – chiese Luca quasi stupito.
Ma Luca..., era una dottoressa, mica una maniaca! – ma che razza di visite s'immaginava lui... con dottoresse in guêpière e calze a rete? – e non credo che l’abbiano fatto neppure a te... –.
No..., però mi ha commentato... – disse con lo sguardo furbettino, come a lasciarmi intendere chissà quali apprezzamenti per le sue misurine intime.
Ma che cazzo vuoi ch’abbia commentato! – replicai io.
Niente..., però ha detto che “c’ero”... – continuò.
“c’eri”...!? ...a nove anni?!
Veh, ch’ero così...! – mi mostrò la sua mano.
E allora, quelli saranno, sì e no, otto - nove centimetri al massimo... – gli ridimensionai il suo grand’affarino, poi ripresi a masturbarlo lungo tutti quei centimetri; ora sì, che si poteva dire che, in effetti, c’era...: sembrava di scorrere la mano lungo un tondino di ferro, duro e caldo, oltreché lungo! inoltre, era impressionante vederlo con quell’affare così saldamente innervato al suo figurino, propri ora che dalla nudezza traspariva tutta la sua esilità.
Gli poggiai una mano sul ventre per seguitarlo respirare, e che bello sentire tutto quel corpicino indaffararsi alla meta dell’orgasmo: doveva essere decisamente l’attività naturale più completa che il nostro organismo potesse fare: tutti i muscoli contratti in attesa dello spasmo, la circolazione in fermento, la mente rivolta a un unico traguardo e quelle manine, le sue manine, in vano cercare qualcosa d’afferrare; gli misi in mano l’uccello e subito Luca lo strinse. Incominciò a masturbarmi, ma l’impulso di vigore che mi diede, lo riversai immediatamente sul suo pene, di lui che ora iniziava ad ansimare. Vidi il suo fisico tendersi, la schiena inarcarsi, e lo svibradurai, e Luca vociò il suo primo gemito di godimento. Mentre glielo rollavo, mi chiedevo come mai sua madre non avvertisse proprio adesso, a quattordici anni – che si avvicinava all’età giusta per fare sesso – , la necessità di portarlo a un’altra bella visita andrologica il suo bell’ometto; anzi, mi sarei offerto io stesso di fargliela, persino davanti a lei: gli avrei controllato io la discesa dei testicoli, la loro dimensione, l’evaginazione del glande, e pure la sensibilità balanica alla stimolazione orale, in luogo di quella vaginale, cosa che immediatamente feci. Mi tuffai su quella cappella affusolata e riflettei su quanto una donna, pur toccandoglielo con dovizia, non avrebbe mai potuto regalargli quello ch’io, in quel momento, gli donavo con la mia devozione: iniziai con profondi risucchi di gola e a maneggiargli i testicoli nel mentre coll’altra gli brandivo saldamente l’asta; e al terzo quasi mio colpo di singhiozzo, per via del suo pene fino in gola, sentii finalmente la sua fontana.

Luca smise pian piano di gemere e di stringermi pene, e io il suo ormai snerbo; era incredibile per me come un coso così grosso e duro potesse restringersi e divenire quella cosina così umile e tenera, che poggiandomi sul suo ventre, chiudendo un occhio, mi pareva ora terminare con una breve proboscidina rughettata, ora che fosse essa stessa una lunga proboscide liscia, e là in fondo la peluria bionda che io tanto amavo carezzare. Mi levai per baciarlo su quella tremenda pisellessa, ma quando mi alzai, Luca mi trattenne: – Dove vai? – mi disse: – adesso tocca a me! –.
Cosa?
Afarti vedere quello m’ha fatto!
Va be’... però io non mi spoglio! – precisai fin da subito.
Va bene...
...al massimo mi tiro giù le mutande, fino alle caviglie...
Va be’, tanto anch’io ero così!
Ma come...! – l’aveva visitato con la camicia e tutto il resto indosso?: – scusa, ma come ha fatto a visitarti? –.
Ma non mi ha visitato; ero andato là apposta per quello! – cioè per farselo scappellare...? no, basta! di quella vicenda non volevo più sapere nient’altro!
Beh... toh! allora... – mi tirai giù la tuta, ma quando venne il momento delle mutande...
No,’ spetta! faccio io; me le ha tirate giù lei... – argh! Luca...basta! Mi veniva voglia di piangere: come avrei voluto far parte di quel capitolo della sua vita; magari, essere anche solo l’assistente di quella dottoressa per potergli stare vicino...; poi mi abbassò le mutande col mio cazzo che a banderuola gli puntò subito contro. Su suo invito mi distesi sul divano di sghimbescio, e Luca lamentò che quella non era la posizione giusta.
Luca se ti va bene è così, se no è lo stesso... – m’impuntai: gli dovevo pur far vedere,ogni tanto, ch’ero io il più grande!
Okay... – disse Luca smorzando subito i toni, poi mi prese i maroni brandendoli con gran soddisfazione; ma non di quella che hai quanto fai a qualcun altro quello che lui t’ha fatto prima, ma proprio di quelle che ti prendono quando gremisci un gran bel paio di maroni che ti riempiono il palmo.
Allora, è adesso che t’ha detto che “c’eri”...? – provocai.
No, prima! quando mi ha tirato giù le mutande... – mannaggia...! avrei voluto saltargli addosso!
Va bene allora cosa t’ha fatto?
E... me la scappellato!
Così..., subito!?
Yesss! – e me lo prese in procinto di scappellarlo.
E tu hai gridato... – ricordai.
Sì! – ricordavo bene!
Allora inizio... – e appena mi aprì di poco il pene, iniziai: – uè... uè... uè... – imitando il verso del neonato.
Non è vero! Non ho fatto così!
E invece sì! – continuai: – gnueh... gnueh... – allora Luca me lo scappellò di colpo infilandolo mezzo in bocca.
No, aspetta! Menamelo prima! – protestai, allora iniziò a sferzarmelo rudemente, stringendomi quasi al limite del dolore e scappellandolo a ogni discesa; era veramente eccitante così irruente: mi ricordava tanto il primino che avevo conosciuto al mare..., e poi mi chiese: – Te lo scappello anche? –.
Sì, certo! – e con una scappellatina e una leccatina alle dita, i suoi polpastrelli si trovarono presto a strusciare sul mio glande.
Ahh... Luca... – gemetti volgendo lo sguardo indietro e quando reclinai di nuovo il capo, lo vidi girarmi attorno al solco balanico con la lingua libidinoso: – Dai... Luca vai! – l’incitai, ma Luca continuò a leccarmi, a svibradurarmi, a tocchicchiarmi nuovamente sulla punta; insomma, di tutto tranne farmi venire. Continuò con quelle pratiche sado-erotiche fino a farmi implorare per venire, e solo allora decise magnanimante di concedermi l’orgasmo. Mi sentivo umiliato, ma, mentre colle mani gli tenevo il capo, a ogni affondo gridavo il suo nome: guardavo quella cucuzza bionda muoversi su e giù e intanto lo ringraziavo fino all’orgasmo.
Luca continuò a ciucciarmi anche quand’era finita; sembrava quasi volersi divertire a ballonzolarmi il pene con la bocca, come un cane che non voleva mollare il suo osso, poi finalmente smollò il boccone. – Non sei venuto molto! – mi criticò com’ultimo atto d’umiliazione, quasi m’avesse voluto far capire che m’aveva colto in flagrante dopo una masturbazione.
Eh... sono venuto l’altro ieri... – mi scusai, oramai era come se fosse doverosissimo venire insieme, come una coppia d’usitati amanti, soltanto l’un per man dell’altro; e quindi s’accoccolò sul mio corpo gentile, dop’essersi ricomposto, giochicchiando col mio pene sino all’arrivo di mia madre.

sabato 16 maggio 2009

Malanno

...– Dai, Anna... – brontolai, ed ella s’allontanò; però, bastava poco per dissuaderla: una semplice enne al posto d’una emme, una dentale al posto d’una labiale, e subito quella semplice frase, che altrimenti poteva sembrare di dolce finta-ritrosia, risuonava fredda e distaccata, tanto da far desistere anche il più amorevole cuore di mamma. Non lo facevo per cattiveria, ma è che, a sedic’anni, non è dignitoso farsi abbracciare dalla mamma, neanche se hai la febbre a quaranta, sei distrutto sul divano di casa, e son tre giorni che non vai più nemmeno a scuola!
Oh..., scusa se volevo sentirti la febbre! – No, lei valeva abbracciarmi; il che era diverso!
Ma vattene! – l’esclamai con la voce supina e nasalizzata per il cuscino contro la faccia.
Ooh! Veh, dolcezza, che oggi sono stata a casa per te! – mi rinfacciò.
E chi te l’ha chiesto!? – ribattei io con la voce ancor più nasalizzata per la faccia conficcata dentro il cuscino, poiché il mio comportamento non s’addiceva a quella situazione, e io lo sapevo, però non potevo neanche tornare indietro per quella natural “sprezzanza” giovanile che pungola l’orgoglio nel momento del confronto.
...“Chi me l’ha chiesto”? C’hai un bel coraggio! – glissò con flemmatico autocontrollo: – Sei qui con la febbre a trentanove e secondo te io ti lascio a casa da solo!? – ma che palle! ma perché non se n’andava e mi lasciava fare una bella sega! – Piuttosto, l’hai presa la medicina? –.
Ma Sììììì!!!! – beh, ma insomma..., non ero mica un bambino!? non c’avevo mica diec’anni!? e per fortuna che la porta suonò.
Tra gli acufeni e i fruscii per l’otite, mi parve d’odire la voce argentina di Luca; o Luca... Luca... dove sei? (l’invocai al mio capezzale) perché non giungi a me, se sei qui? ma forse sei solo l’illusorio frutto d’una mia allucinazione. Poi, dopo un interminabile quarto d’ora, ella tornò: – Chi era? – le chiesi.
Era Luca; era venuto a trovarti, ma l’ho dovuto mandar via: devi riposare! – decreto: – Smh!! – emise uno sbuffo misto di riso e fastidio trattenuto: – però se insisteva..., devi proprio avergli preso...! – commentò e si allontanò con altre farneticherie.
Tornò poco dopo, per dirmi che sarebbe andata via e tornata al più presto.
Sì, brava... va’! – va’ e lascia a casa il tuo unico figlio, solo e con la febbre alta: febbricitante...

La porta si chiuse, e finalmente potevo spararmi le mie belle seghe ripensando al mio Luca.

***

Mi stavo sparando un gran bel segone, quando la porta risuonò: «Mmm... ma cheppalle! Ma non se le può prendere dietro, le chiavi!» lamentai, per non inveire contro mia madre, poi andai alla porta ad aprirle, ma mi trovai davanti Luca: – Beh! – esclamai sbigottito.
Ciao... – mi disse col suo visino dolce e il casco sott’al braccio.
Ma come hai fatto? – m’affacciai per controllare che non ci fosse mia madre, poi mi ritirai per i rigori del freddo.
Eh..., ho scavalcato! – affermò candidamente: il mio piccolo saltacinte :)
Pensai un momento se farlo entrare o no, poi lo trascinai dentro: – Dai, entra! Non stare sulla porta, ch’ho freddo!! Ma che ci fai qui? –.
Son venuto a trovarti! – disse mentre lo tiravo dentro: – Tu sei venuto a trovare me... – si legittimò.
Sì!
e allora anch’io! – rimarcò la reciprocità della cortesia; sarà..., ma a me la cosa non suonava ancora chiara.
Ma tra un po' ritorna mia madre... – l’avvisai e lui sapeva bene il perché.
Va be’, ma vado via presto! – assicurò; insomma, voleva rimanere: chiusi la porta e lo feci accomodare. La sua presenza inaspettata però mi stava conturbando e il mio pene lo rivelava, infatti ma toccai; ma il suo sorriso malizioso, mi disturbò però: quasi fosse venuto lì apposta per quello; poi c’era anche la questione di mia madre che mi preoccupava: vabbè, in fondo cazzi suoi..., sarebbe toccato a lui doversi giustificare e per l’autoinvito e per l’essersi intrufolato – compiendo, tra l’altro, una violazione di domicilio –, dopo il divieto ricevuto.
Ci sedemmo abbastanza taciturni a guardare la tivù, in fondo dopo i primi convenevoli cos’altro avevamo da dirci, e poi lo vedevo piuttosto impaccio in quella situazione, forse per quella cosa che – sospettavo – era venuto a chiedermi e che ora, si era accorto, non poteva chiedermi più. Continuavo ad osservarlo quel primino, ma lui niente: non si tradiva; continuava a guardare imperterrito la tivù e a sembrar soddisfatto soltanto da quello, dallo stare insieme a me: di fare, insomma, l’amico ch’era venuto semplicemente a trovare l’amico. Forse mi sbagliavo a pensare su di lui, a vederlo solo come un primino assetato di sesso; forse ero troppo prevenuto nei suoi confronti.
Sei stanco? – mi chiese mentre spigozzavo.
Mh! – confermai, ripensando a quanto mi sarebbe piaciuto poggiarmi sulla sua spalla.
Stenditi, dai... – m’invitò sulle sue gambe, facendone segno con la mano.
Mmm, stendermi sulle gambe di un primo? la proposta, anche, mi allettava..., ma mi sembrava anche dargli troppa importanza (lui si sarebbe trovato in una posizione di naturale vantaggio e io d’inevitabile sudditanza) e di rendermi ridicolo (io sulle ginocchia di uno più piccolo!); e poi, scusa..., ma, se mi rifiutavo di accettare le coccole da mia madre, perché mai avrei dovuto accettare di stendermi sulle sue gambe!? – No, – (grazie...) rifiutai.
Su! – m’incoraggiò. Evidentemente il non mio diniego non gli era sembrato così convinto.
Ma vah...
Dai! – insistette, e allora io, convinto dal suo bel faccino, mi calai. Giunsi a pochi centimetri dal suo florido pacco, e finalmente realizzai: – Veh, Luca che oggi proprio non ci riesco...! – mi rialzai e lui mi guardò perplesso: – Non ce la faccio proprio a prenderlo in bocca! ho il vomito solo appena mangio! –.
Ma secondo te! – mi sclamò quasi scandalizzato: – Io sono venuto solo a trovarti, come hai fatto te! – e in quel «te», cioè me, non dovevo leggere, dal suo tono, quello che gli avevo fatto: la sega, il bidè, l’accompagnamento al letto; ma le coccole, lo star tranquillamente insieme, le carezze; quindi mogio mi calati sulle sue gambette sottili, zittito. Luca subito iniziò a carezzarmi i capelli e subito anche il sorriso comparve sul suo volto, era veramente bello star lì: le sue gambe erano d’una confortezza infinita, d’una comodità che mai avrei immaginato prima, senza provarle; e intanto mi guardavo il mio bel primino carezzarmi, poi il mio sguardo cadde sulla sua patta paurosa: indossava quei jeans stretti stretti in vita, ma che gli facevano un pacco mostruoso; una collina, insomma, d’inconcepibili proporzioni, a cui non si poteva resistere. Chiusi gli occhi, e mentre lui mi carezzava, io col pensiero accarezzavo il suo boffice pacco, poi mi c’intrufolavo dentro ed era già duro per me il suo ottimo fallo; aaahhhhh..., se solo avessi potuto..., ma mi sentivo immobilizzato: il mio maghetto mi aveva un’altra volta stregato, ed ora non riuscivo più a muovere la mano, vicino al suo sedere, per portarla suo nobile pacco. Come avrei voluto che l’avesse tirato fuori e postomelo direttamente dentro la bocca, già scappellato, allora l’avrei succhiato com’un immenso ciucciotto: qual era! Sì, avrei iniziato a fare proprio come da piccolino, quando stavo sulle gambe di mia madre, proprio su quel divano, e succhiavo il mio ciuccio – vezzo che avrei tenuto fino ai quattr’anni –, e lei mi carezzava; quanto mi piaceva... proprio come ora mi sarebbe piaciuto ciucciare il suo grande ciucciotto. La mia mente vagava come una nuvola eterea pei pensieri del dormiveglia, soffermandosi, or qua, or là, sulle fantasie più gradite, proprio come quanto la mente rilassata, prima del riposo, svolazza tra il mondo e il sogno, sconoscendo qual è la realtà.

Al mio risveglio Luca più non c’era, ma vidi lei con le sacche della spesa.

mercoledì 22 aprile 2009

Mal di testa

Mollai i compiti per buttarmi sul divano, proprio non ce la facevo ad andare avanti: il mal di testa non mi dava tregua e più leggevo, più cresceva; poi arrivò Luca a interrogarmi su come stavo: – Allora, come va? –.
Eh, dammi tempo! Ho appena preso la Tachi! – proferii abbastanza scazzato: – Dai, siediti! – poi mi poggiai sullo schienale sperando che guardare all’insù mi facesse scemare l’effetto, ma niente: erano anni che curavo così le mie emicranie episodiche, e proprio quel giorno sembrava non voler funzionare. Luca mi si sedette accanto, prendendomi il braccio e appoggiandosi con testa alla mia spalla, ma io malintesi il suo gesto di puro e semplice affetto: – Dai, Luca, non ne ho voglia..., non vedi che sto male? e tu insisti! – mi mollò amareggiato, ma non attaccò, come al suo solito, con inutili polemiche.
Dai ci provo io! – disse d’un tratto rallegrato.
A cosa? Ti ho detto di no!
Ma no, che hai capito..., a farti passare il mal di testa!
Eh sì, è poi... – mo’, pure i miracoli ora mi faceva? Vabbè che lui, per me, era taumaturgico, ma in senso metaforico!
Dai, fammi provare! Dici sempre che riesco a farti bene i massaggi, magari riesco a farti passare il mal di testa! – sì, ma non era mica mal di schiena!– Dai siedi, su! – m’indicò fra le sue gambe.
Maddai, sul tappeto... – lamentai.
Dai... – insistette impazientemente; non avevo voglia di lottare contro di lui, né, tantomeno, contro la sua insistenza, così mi accomodai e Luca cominciò a carezzarmi i capelli, poi d’un tratto mi buttò in avanti bruscamente la testa.
Ahi!
Su... su... – mi riprese, poi vigorosamente mi frizionò i capelli, quasi mi stesse facendo shampoo per estirparmeli.
Sembrava più un suo personale divertimento, piuttosto che un tentativo di farmi sentir meglio, ma alla fine anch’io finii per divertirmi con quello strapazzamento: il tocco energico delle sue dita, i polpastrelli mi distraevano dalla mia tensione e quindi dalla cefalea, che andava attenuandosi; ma Luca ebbe poi la bell’idea di reclinarmi la testa all’indietro: – No, contro il pacco no! – brontolai per riprendere un certo tono di contegno.
Ma dai, rimettiti! – mi rimproverò, riportandomi la testa a posto e dovetti arrendermi. Però..., era comodo il suo cuscinetto pubico, ma per me degradante starci sopra, anche s’era una delle mie fantasie erotiche preferite, assieme a quella di sprofondargli la faccia dentro le pudenda, contenute nelle mutande, ma non ne avevo ancora realizzata nessuna, perché davanti a lui mi sentivo ridicolo.

Luca mi massaggiava la testa e io, sotto la nuca, mi beavo della sua “sofficezza”, della sua miglior parte, e di quel bel visino che, contornato di biondo, mi sorrideva com’una corona di sole; finii per appisolarmi al tocco cadenzato delle sue dita, ma poi si spostò. Non ebbi neanche la forza di seguitarlo con lo sguardo, talmente ero stanco, ma presto sentii il suo sorbile peso posarsimi sopra, sul mio bassoventre: non avevo voglia d’aprir gli occhi per spiarlo, mi sentivo troppo rilassato, ma avrei voluto sapere che cosa gli passava per la mente: – Luca che fai? – mi sentii toccare...
Niente! – mi sfilò l’uccello dalle mutande: – Ecco, vedi..., dov’è il problema? è qui! –.
Dai... Luca, non ho voglia...! – gli dissi senz’aprir gli occhi.
Capito... – recepì che non avevo voglia di giocare, ma lui iniziò a masturbarmi. Quasi una danza mi pareva la sua mano lungo il mio pene; ehhh... se solo avessi potuto aprir gli occhi..., ma io mi sentivo immobile, come stregato da quel primino che con un suo potente incantesimo, prima, mi aveva immobilizzato corpo e palpebre: mi sentivo un po’ come un cieco che aveva percezione del mondo esterno solo da quello che i sensi rimanenti gli permettevano, dandomi d’esso un’immagine piuttosto fosca, in cui c’era lui soltanto e null’altro attorno: il buio, il nero; un’immagine solitamente angosciante, ma che a me, in quel momento, comunicava pace. Sentivo la sua mano, mi masturbava, ma non godevo: mi sentivo stembàizzato; finché fu lui a riaccendermi la vista, riparlandomi: – Va meglio ora? –.
Come in ritorno da un sonno eterno, reclinai il capo con sforzo disumano e riaprii gli occhi focalizzando quel primino davanti a me: – So’ stanco! – biascicai, e Luca si fece tosto indietro, flettendosi poi sul mio bacino.
Richiusi gli occhi e reclinai di nuovo indietro il capo. Era strano sentirsi fellare mentr’ero estraniato dal mio corpo: era come se la mia parte erotica fosse completamente distaccata da me, mentre, tenendo in erezione la mia verga, io non ne traevo alcun giovamento; mi sembrava d’osservare uno schermo lontano in cui quel primino spompinava qualchedun altro all’infuori di me! All’improvviso ebbi di nuovo come il controllo degli arti e scorsi la mano sulla sua testa a carezzargli la chioma; il biondino si staccò guardandomi con gran sorriso, poi tornò a rifarmi la sega, rifacendosi avanti: così che anch’io potessi masturbarlo.
Era abbastanza raro vedere i nostri peni così vicini, tanto che, volendo, avremmo potuto anche confrontarceli, ma tanto era inutile sapendo già ch’eravamo eguali! Poi, però, cominciai ad avere una maggior voglia di bega, mentre lo stringevo: non riuscivo a coglierne tutta la soddisfazione che di solito coglievo quando lo prendevo alla radice, e così tirai. Luca intuì che cosa volevo e si alzò verso di me mettendosi in ginocchio; ponendomela proprio davanti agli occhi quella verga immane: era magnifica! lo spinsi sul sedere per sentirmelo contro la guancia e quella sensazione di caldo e turgido insieme m’inebriò: reclinai allora di lato il capo per poterla baciare e assaporare quella cosa lunga, nel senso della lunghezza, che andava naturalmente all’insù; ma i bordi incernierati del pantalone mi davano fastidio, e così l’allontanai. Luca mi puntò tosto il pene verso la bocca, e vi entrò subito. Incominciai immediatamente a soddisfarlo quel mio piccolo cavalierino che, con lancia sempre in resta, mi cavalcava; ma possibile che mi bastassero quei venti centimetri per farmi sentire subito meglio? io sapevo che lui lo faceva: perché sapeva d’essere per me era l’unica medicina; e io cosa potevo fare se non prenderla tutta diligentemente... Chissà se per tutti quei giorni l’aveva conservata per me? non potevo di certo pretenderlo, ma l’avrei gradito, e presto anche saputo: perché stava già ansimando.
L’abbracciai all’altezza del sedere per spingermelo meglio dentro la bocca e sostenerlo, poi, in piedi, quando, venuto, fosse mancato per il naturale rilassamento; spompinai due o tre volte voracemente e poi fu lui a pompare dentro me il suo liquido medicamentoso; lo assaporai, lo lasciai fluire in gola come una spuma di Mentos e Cola, eppoi lo lasciai calare all’indietro gradualmente, goduto e sfinito. Luca si adagiò spontaneamente sul mio petto in cerca d’un riposino, e fors’anche d’un coccolino, mentre l’abbracciavo e reclinando indietro la testa, ringraziavo il cielo d’averlo conosciuto e liberatomi finalmente da quell’ostinato mal di testa che non voleva andarsene.

***

Arrivò mia madre che ancora eravamo slacci e distesi per terra: appena avvertii il suo rientro, balzai per la paura di essere beccati e destai Luca per un pronto vestimento: – Dai, Luca, svelto! – questa volta c’eravamo attardati parecchio.
Ohhh, cazzo! cazzo! – proruppe impanicato guardandosi intorno.
Su... presto! – l’affrettai, intanto io mi ero già ricomposto essendo in tuta; quando entrò mia madre in cucina.
Ciao Alle! – salutò, voltandosi per mettere i sacchetti sul tavolo.
Cia... – mi sentii in dovere di salutarla per colmare il vuoto che sarebbe passato tra me e l’apparizione di Luca ancora in vestizione, e intanto avanzavo per far barriera, col mio corpo e la cornice della porta, alla scena di panico che di certo si stava consumando alle mie spalle: fortuna che in sala era buio: – Ma Luca dov’è? – chiese mia madre: – che c’è il motorino là fuori! –.
Eh... è qui! – per fortuna che si era alzato, lo vidi di sfuggita con la coda dell’occhio.
Son qui! – sopraggiunse; mammamia, era ancora scomposto! per fortuna che la cerniera, almeno quella, era chiusa.
Ma che buio! – esclamò: – Ma come fate a fare i compiti? –.
Eh... no..., ci siamo appisolati un momento; ho avuto mal di testa!
Infatti si vede che non hai una bella cera... –...

domenica 22 marzo 2009

Lavaggio di Niki

Alle, ma si può sapere che cos'hai oggi? – brontolò mia madre nel vedermi girare avanti e indietro per la casa ansiosamente, perché lei non sopportava di vedermi gironzolare il sabato pomeriggio quando sfaccendava – cosa che difficilmente io e mio padre contribuivamo a fare ;-P –, ma io avevo Luca d'aspettare.
Sto aspettando Luca... – risposi, affacciandomi alla finestra.
Luca...?
Sì, per lavare Niki!
Alle..., ma il gatto non è un giocattolo! – lamentò mia madre, ma in quel momento arrivò Luca in motorino.
Sì... sì... c'è Luca! – scappai letteralmente via.
Beh, io non pulisco, lo pulite poi voi il bagno! – decretò la mia punizione, mentre fuggivo; chissà come l'aveva presa questa mia fuga entusiasta per l'arrivo di Luca: manco fossi stata una ragazzina entusiasta per l'arrivo del fidanzatino...

Oggi, non so perché, ma mi sentivo un'agitazione incredibile in corpo: da quando l'avevo lasciato, nel suo abitacolo, avevo iniziato a maturare un'aspettativa tale, nella sua attesa, da non riuscirmi più a controllare, tanto che, appena parcheggiò, mi avvicinai a lui per toccarlo e scaricare così su di lui tutta la mia tensione:– Ciao... – dissi.
Ciao – mi salutò sospettoso, guardando con diffidenza a questo mio caloroso saluto, quasi temesse, dietro, una vendetta per ieri, ma io l'avevo già del tutto perdonato, e come si faceva a non perdonare un faccino così!
Dai, che andiamo... – incalzati, e salimmo le scale.
Ma Niki dov'è? – domandò appena entrato in cucina.
È in bagno! L'ho chiuso in bagno! – sennò col cacchio che lo beccavi, poi! Stranamente mia madre non era in cucina..., forse si era allontanata apposta per non doverci riprendere e farci quella sua solita faccia da biasmo, che poi io le avrei rinfacciato.
Luca si liberò del giubbotto e poi entrammo in bagno; Niki quando ci vide fece subito due occhi sgranati da civetta, anticipando già da lì a poco quello che gli sarebbe capitato. Mmm..., due maschi chiusi dentro il mio bagno..., se non ci fosse stato anche il gatto, dopo avrei avuto qualcosa di cui giustificarmi; intanto Luca si guardava intorno incerto: – Allora..., cosa facciamo? –.
Niente! ci mettiamo qui, in ginocchio... – e m'inginocchiai davanti alla vasca per mostrargli, ma quando Luca tentò, si fermò a mezz'aria rendendosi conto di avere indosso i pantaloni buoni, e balbettò:– Eehh... –.
Già..., vero! – serviva qualcosa da mettergli addosso: – Vieni! –.
Uscimmo dal bagno e incontrammo mia madre che aveva ripreso dominio in cucina: – Ciao Luca... – disse.
Mamma, hai qualcosa da fargli mettere ché sennò si sporca!
Sì, c'è una vecchia tuta tua in camera tua: nel secondo cassetto a destra... gli starà un pochino larga... – spiegò, ma anche questa volta scappai via prima che finisse, trascinandomi Luca.

Toh, prendi! – buttai la mia vecchia tuta grigia sul letto, riconoscendo in quella non certamente quella che indossavo quando avevo quattordic'anni, quindi gli sarebbe stata di sicuro larga. Aspettai che si cambiasse con intento assolutamente non erotico, ma mi godetti ugualmente la vista del suo fisichino asciutto in canottiera e quelle mutandine pingui, che scomparivano dentro il tessuto morbido della mia tuta; poi scendemmo. Mia madre ci guardò come se avesse appena scorto una tribù d'indiani in assetto di guerra in salotto, poi guardò lui, gli sorrise, e ci fece una faccia accondiscendente, come se avesse appena approvato quello che stavamo andando a fare: che rabbia quando esercitava il suo ascendente magnetico su mia madre!
Finalmente ci trovammo tête-à-tête col gatto, che indietreggiava sulla difensiva:– Che dobbiamo fare, allora? –.
Niente..., tu ti metti lì, che io lo prendo! – Luca s'inginocchiò, quasi fiero finalmente di poterlo fare, e io presi il gatto per riporlo, rigido come un mattone, dentro la vasca miagolante:– Mau... mau-mau-mauu! – lo presi in giro.
Adesso...
Adesso passami la cornetta... – davanti a Niki mescetti l'acqua fredda con la calda, mentre Luca già se la rideva; poi, pronto, m'incantai a guardarlo.
Beh, che c'è?
Niente... – mi ero incantato per la sua bellezza: – Ehm..., – mi cadde l'occhio sul suo pube:– Gianluca come sta? – chiesi per rompere l'imbarazzo.
Adesso va meglio, però non sento ancora niente... – lo sfilò fuori puntandomelo contro per mostrandomi il rossore sul suo glande scappellato. Io avevo una paura matta ch'entrasse mia madre, e lui invece se ne stava lì tranquillamente con estrema naturalità; quasi automaticamente mi chinai verso quella cappella, che attirò le mie labbra, poi lecchicchiai. Per una decina di secondi mi sentii in paradiso, poi per paura di mia madre mi staccai:– Eh, già...! – dissi salendo, mentre Luca mi guardava come un bambino a cui avevo appena dato un bacino sulla bua. Incominciammo a lavare Niki e tra schizzi e schiamazzi il buonumore tornò per la stanza, scacciando via quella cappa turbida che prima vi aleggiava: bastava il miagolio d'un micio bagnato per farlo sorridere.
Finito il risciacquo, il volume di Niki era la metà di quello fiero che di solito gli donava un aspetto altezzoso: – Sì, mauuuu... – lo ripresi in giro: – Dai, Luca, stendi l'asciugamano! –.
Perché?
Perché adesso l'asciughiamo!
Pronto! – disse tutto orgoglioso del suo operato.
Bene! allora.... ecco che arriva il micio volante! – e con un movimento roteante lo portai sull'asciugamano, pronto per essere avvolto tra sette panni di carezze:– Tu asciugalo, che io intanto pulisco! – o mia madre dopo mi avrebbe fatto il mazzo.
Dai... Niki sta' fermo! – lo sentii tribolare col gatto.
Ora arrivo... – ma appena mi voltai, mi prese come un moto di tenerezza nel vederlo così goffamente trattare con quel fagotto ribelle e, invece d'aiutarlo, lo brancai.
Dai...! – mi sgridò, perché l'avevo sbilanciato nel mio avvinghio, rendendolo ancora più ingoffito, ma cosa ci potevo fare se sentivo il bisogno d'abbracciarlo! Invece di coadiuvarlo, affettuosamente mi strusciavo – e chissene... s'entrava mia madre! – grato per essere venuto anche oggi nonostante l'accaduto di ieri, ma Luca mi disse: – Ora che si fa? – per dissuadermi dal mio abbraccio.
Ora lo foniamo! – e Luca si sedette sul bordo vasca col gatto in braccio, infagottato come un bambino, anche se Niki sembrava di più un re col fon in faccia che gli soffiava il vento caldo e Luca che l'accarezzava.

Finito! Dai, mollalo! – e subito il gatto andò a grattare la porta per voler uscire, e mentre noi ridevamo, mi resi conto che Luca si era completamente bagnato dalla felpa in giù, infatti mia madre ci rimproverò appena usciti, mandandoci subito a cambiare.
Per la seconda volta noi due chiusi dentro la stessa stanza con lui che si cambiava..., mi sentivo un tantino agitato, però, con mia madre in casa, anche se in fondo era stata lei a dirci di andarci a cambiare e anche se quella volta era stata lei a spingermi a cambiarmi con Luca dentro lo stesso spogliatoio: quindi, in teoria, lei non doveva avere nulla in contrario al fatto che due maschi si cambiassero dentro la stessa stanza e a vista, ma chissà perché avevo l'impressione che non l'avrebbe presa così bene se ci avesse beccati col suo pene dentro la mia bocca: ma allora perché due maschi potevano cambiarsi insieme e fare sesso no? Mah..., le madri...!
Che facciamo? – mi chiese visto che avevamo ancora gran parte del pomeriggio davanti.
Boh, non so... chiudi la porta... – ci tentai, e Luca colse subito l'invio, mentre io mi distendevo sul letto e lui corse poi tra le mie braccia. Su mio invito si adagiò con la guancia sul mio letto, e poi si fece ancora più stretto, cosicché io potessi stringerlo, ma questa volta c'era qualcosa di differente dalle altre volte e non solo perché il suo pene era tecnicamente fuori uso, ma anche perché nell'aria c'era proprio una voglia di tenerezze da parte di entrambi. Passammo parecchi minuti sonnecchiando, mentre io mi divertivo a carezzargli la capigliatura, che scorgevo come un'indistinta massa bionda; però ora mi sentivo anche un sottofondo di senso di colpa, che mi avrebbe spinto a baciarlo sulla nuca, ma potendo scomodarlo, lo strinsi più forte. A un certo punto mi sentii una mano scorrermi lungo la vita e poi infilarsi sotto: Luca mi stava palpeggiando il pacco, e poi il suo palpeggio si fece una sega vera e propria, man mano che il mio soldatino prendeva vita, anche se avevo il giogo delle mutande. – Aspetta, che mi libero! – mi calai i pantaloni, così che fosse bello libero di masturbarmi: non capitava molto spesso che fosse Luca a volermi segare, solitamente ero io, com'era anche giusto che fosse, essendo io quello più grande e anche quello più predisposto a dare e lui a ricevere piacere, eppoi lui il mio primino! Sfortunatamente usava la mancina, però, forse non voleva solo segarmi, perché di tanto in tanto lo stringeva: lo teneva e rimirava, tirandolo verso l'alto, come io facevo quando guardavo il suo lungo; oppure lo prendeva alla radice e stringeva, come se volesse provare piacere di sentire la resistenza del pene allo stringimento: si vede che gli piaceva! poi riprese a segarmi, ma dopo tutto quello stringere, mi era venuta anche voglia di sentirmelo scappellare. – Scappellamelo...– gli dissi: – se vuoi... – ma Luca mi guardò subito strano: si vede che a lui non tornava la mia richiesta di sentirmi la cappella snudata, visto che a lui dava fastidio, ma a me piaceva sentirmi la pellicina scorrermi lungo il glande, sentirmelo aprire – mi dava l'idea che il pene s'ossigenasse – , ma lo scoprì ugualmente, soffermandosi a guardalo, poi capì per farmi sentire qualcosa doveva anche toccarmelo, e allora iniziò a stuzzicarmelo.
A un certo punto ricevetti un messaggio: «Stas da me alle 9».
I tuoi amici? – chiese.
Mh! Per l'appuntamento di stasera... – ma Luca s'intristì come se non facesse parte pienamente della mia vita: – Dai, una volta vedrò d'organizzare qualcosa... – recuperai, solo che io avevo delle serie remore a presentarlo ai miei amici del sabato sera, non mi sembravano adatti per lui: lui era abituato ai miei compagni di scuola, ma quelli erano quelli del paese, quelli delle medie, con cui uscivo la sera, e ultimamente mi sembra di non riconoscerli più neanche a me. Luca si alzò allora gattoni e scese portandosi sulla verticale del mio pene con l'evidente intenzione di succhiarlo: – Non ce ne bisogno... – tentai di fermarlo.
Lo faccio lo stesso! – disse quasi con indifferenza alzando le spallucce, e iniziò. non capivo bene perché lo faceva, c'era qualcosa di diverso però: non era alimentato dalla sacra passione come al suo solito, aveva quasi un che di redentorio; subito pensai che lo facesse per attestarsi ai miei occhi come di un amico di cui non potevo fare a meno, per convincermi a farlo uscire con noi il sabato sera, un incentivo insomma, ma poi mi resi contro che c'era un qualcosa di più consolatorio, quasi volesse definitivamente farsi perdonare per l'altro giorno. Mi sentivo strano però: non era pompino gioioso come al solito e mi veniva difficile venire, anche se per accontentare il mio amico dovevo farlo, visto che serviva per renderlo conscio de mio perdono; allora mi misi con le mani sopra la sua dolce testolina e iniziai a pensate a tutti i bei momenti erotici ch'avevamo passato insieme, e tutte quelle eiaculate che lui aveva fatto dentro la mia bocca e da lì a poco venni, mentre lui lungamente mi continuava a succhiare quasi non fosse ancora sazio, né pago del mio perdono.