domenica 4 maggio 2008

L'amore dei briganti

Dormivo ormai da una mezz’ora beatamente, quando mi sentii chiamare alle spalle: – Alle… alle… ps… –.

Eh…!

Devo andare in bagno… – mi sussurrò come se non volesse farsi sentire.

Mmm… e vai, no?

Ma la luce non c’è…– disse; già… me n’ero dimenticato

E… e… sarà un blackout! – mica potevo dirgli la verità!

Ma fuori c’è!

Sarà partita soltanto per le case! – cos’altro mi potevo inventare… poi tacque. Solo in quel momento m’accorsi della stupenda sensazione del suo basso dorso contro il mio: una piacevole percezione di solidità eppure di morbidezza al tempo stesso, un massaggio incantevole di schiene contrapposte che ogni tanto si strusciavano; ma non doveva andare in bagno…!: – Oh… ma non dovevi andare in bagno? –.

No… più! – sembrava quasi infastidito dalla mia domanda.

Mh?...puoi usare la torcia, se vuoi… è sul comodino!

No, fa niente! – finse indifferenza; ma allora perché stava contratto come se la trattenesse? perché lo sentivo rannicchiato come se gli scappasse? Mentiva! aveva soltanto paura di attraversare quel buio corridoio per recarsi da solo nel bagno; ma io non volevo condividere il letto con uno che la tratteneva! e domattina come avrei fatto…; insomma, non volevo dormire con un primino piscialletto!

Che fai? – mi chiese.

Mi alzo! –

– Perché… –

– Per andare in bagno, così ti accompagno… visto che hai paura!

Non ho paura! – contestò immediatamente.

Sé… come no? Dai… muoviti! – e si alzò cercando di persuadermi che non aveva paura; ma chi voleva ingannare quel piccoletto: si vedeva lontano un miglio che aveva soltanto paura del buio; ma prima d’uscire l’abbracciai ugualmente per farmi perdonare dell’arrabbiatura. Ma che morbido primino! Lo accompagnai fianco a fianco per tutto il tragitto, tenendolo con un braccio intorno alla cinta, fino alla porta, quando mi chiese. – Tu non entri? –.

A fare…!

A farmi luce… io come faccio! – già… è cosa notoria l’impossibilità di pisciare tenendo una torcia in mano; credo ci fosse in proposito perfino un teorema! ma cosa non avrebbe fatto pur di non stare da solo e al buio? comunque entrai… tanto che ci avrei fatto tutto solo e al buio fuori dalla porta.

Luca stava in piedi col cazzo diritto davanti la tazza a giocare con le ombre cinesi proiettate dalla mia torcia, e intanto il tempo passava: – Allora hai finito! – lo rimproverai.

Oh, ma quanta fretta…! Dai, saluta Gianluca! Ciao… – m’invitò alla calma salutandomi col pene, oscillandolo; in altre circostanze gliel’avrei preso e menato quel gran bel pezzo di carne, ma adesso non ne avevo voglia: non c’era abbastanza sensualità nell’aria ed io mi sentivo troppo stanco; poi finalmente una pailette lucente n’uscì dal pene. Una striscia vivida, scintillante, usciva dal suo glande per tuffarsi direttamente nella tazza, dove lui la dirigeva, per far il maggiore rumore possibile a contatto con l’acqua, divertendosi; mi sembrava un qualcosa di magico quel flusso ininterrotto, tanto che quando smise ebbi quasi una nota di nostalgia. Poi una breve scrollatina, un’asciugatina veloce e via dentro le mutande.

Beh, non ho capito…– intervenni scandalizzato: – …tutto qui! Io, domattina, quel coso lo metto in bocca e tu lo pulisci così?!–.

– …e …e che ci devo fare? – balbettò, come se avesse fatto tutto l’umanamente possibile per pulirsi.

Tu adesso vai là e te lo lavi! – gli indicai perentoriamente il lavandino.

Va bene… va bene… calmati! – disse con una flemma incredibile e alzando le mani, quasi in segno di resa, e poi dirigendosi verso il lavandino per aspettandomi.

Scappellalo! – gli intimai appena lo vidi vicino al flusso dell’acqua; quel pene andava lavato mica solo esternamente!

Va bene, badrone! – e iniziò a passarselo con le dita con estrema sensualità, indugiando tremendamente su quella turgida cappella per prendermi in giro; ora sì, che avrei veramente avuto voglia di menarglielo! poi disse: – Toh, va bene adesso…? – mostrandomi la cappella bella lucida come una gemma.

Sì… ora sì! – e l’incalzai: – …ma non è meglio adesso che è bello pulito? – non mi andava di dargli soddisfazione alla sua provocazione; ma lui contestò: – Beh, voglio vedere se stai sempre a farlo veramente! –.

Sempre, quando so che vieni da me! – sentenziai ammutolendolo immediatamente: con la mia rivelazione l’avevo reso conscio di quanto io tenessi a lui veramente, e ora stava zitto a fissarmi impacciato: – Su che andiamo! – lo condussi sotto braccio fino alla camera, ma in quel tragitto di ritorno mi parve come di ritrovare il mio tenero primino.


***

«Brrrrrr» fece Luca appena m’affacciai sotto le coperte: – a sì…! – gli dissi io abbracciandolo immediatamente: avevo capito le sue intenzioni e quel brivido birichino mi aveva riacceso. Lo accarezzai, lo strofinai e mi parve in quel buio occultatore che il suo corpo non fosse soltanto morbido come al solito, ma pure tosto e compatto al tempo stesso, quasi fatto d’una materia eterea; coglievo di lui dimensioni inedite, che altrimenti, alla luce del giorno, non avrei mai colto. Incautamente passa la mano sul davanti e mi ritrovai il palmo ricolmo di quella mostruosa intimità. Luca sembrava decisamente gradire il mio interessamento alle sue parti intime e incominciò subito a strusciarsi contro la mia mano: quel magnifico cannone di Navarone nella mia mano… stavo trasalendo; salii lentamente lungo quella verga, ma appena la sua percezione sotto la stoffa della canottiera mi fermai: non ancora… era troppo presto! e ritornai su quella suprema bega.

Luca cominciò profondamente a respirare sotto i miei colpi di sega, fattagli attraverso i vestiti, e quella respirazione affannata m’incitò a spogliarlo; lo volevo, ma non potevo… faceva freddo! eppure io lo volevo spoglio, nudo, e accarezzare i suoi ignudi lembi di pelle sotto la mia mano, così scivolai sotto la sua maglietta. Con uno strato in meno era decisamente meglio e mi sarei anche fermato lì, se Luca non m’avesse sollevato la maglietta fino al petto accarezzandomi. – Aspetta… – gli dissi facendo intendere che volevo spogliarlo, e iniziammo a denudarci a vicenda; fu un attimo incredibile: un intreccio di arti, di reciproci carezzamenti e man mano che le vesti si levavano, ci sentivamo più spogli, più liberi e più rapaci… e iniziammo immediatamente a masturbarci, con le mutande non ancora discoste dai nostri sederi. Lo afferravo, lo ghermivo, lo tenevo quel fallo perfetto: dopo tutti quei giorni d’astinenza non sognavo altro, sapevo soltanto che lo volevo in tutte le salse che ora purtroppo non ricordavo. A un certo punto Luca m’implorò di fermarmi, non ce la faceva più poverino: dopo tutti quei giorni d’astinenza era al limite anche lui; andai sulla punta a tastarlo: era umido! Scesi immediatamente a leccargli la cappella dal suo succo primitivo: era una droga per me, e ne volevo ancora… mammamia, ma da quanto non l’assaggiavo! sarebbe stato bello stillarlo tutto ora, ma la nostra prima notte non era da sprecare così, con insolita fretta, e gli levai le mutande. Avrei levato pure le mie, se ritornando non avessi sfiorato con la guancia il suo tiepido fallo, buttandomi subito a menarglielo con foga incredibile, ma Luca emise un verso…

T’ho fatto male? – forse avevo usato troppa irruenza.

No… un grampo…

Un crampo…?

Sì, ma bello però! Proprio qui… – mi portò la mano sul ventre proprio al limitare del pelo.

Lo capivo, poverino… anche io negli ultimi tempi soffrivo delle fitte terribili attorno al pene, quando mi masturbavo o mi toccavo i testicoli; ed ora avevo proprio il dovere di farlo venire! lo portai sotto di me e iniziai a massaggiarlo. Che bello, avere tutto il suo corpo da accarezzare lungo le braccia o sul petto sentendolo gemere, ma sotto di me il suo rigido fallo da strapazzare; lo sfioravo gentilmente in punta di dita, perché sapevo che più lieve era il tocco e più avrebbe goduto, lo capivo dai suoi respiri. Anche Luca incominciò ad occuparsi di me accarezzandomi le gambe: mi sfiorava le cosce coi suoi tocchi gentili, facendomi ingrifare; avevo bisogno d’inarcarmi per resistergli, avevo bisogno di arcuarmi e gridare il suo nome al cielo, ma non ce la facevo a resistere in quella posizione arcuata, allora Luca raccolse le gambe per farmi appoggiare. Avevo di lui, ora, a disposizione fino alle caviglie mentre mi masturbava; era bellissimo, volevo gridare, ma improvvisamente mi sentii in crisi di astinenza per lui, per il suo fisico, che mi chiamava a gattoni per stargli più vicino. Mi sentivo come un magnete attratto da un altro magnete, e gli infilai le mani sotto la schiena per tirarlo a me; volevo sentirmelo contro, compenetrato in seno, percepirne la libidine scorrergli dentro e fluire in me attraverso i nostri punti di contatto, e più stringevo per farli aumentare; e infine lo adagiai. Mi ritrovai a pochi millimetri dal suo viso, ne sentivo il calore e respiro sul volto, solo che adesso ero più innamorato di prima; gli strofinai la punta del naso con la mia e dopo di un po' mi ritrovai a strusciarli le labbra carnose, ma con una incredibile voglia di baciarlo; a un certo punto mi staccai, sperando che avesse dimenticato quei sublimi, ma imbarazzanti, momenti. – Luca rilassati! – gli dissi tastandogli il ventre, e scivolai lungo il suo corpo nudo a rimarcargli le forme: il petto, le spalle, le braccia, la mia mano sembrava una nave che solcava un mare in tempesta d’ormoni; così bello e così dirompente. Ogni tanto lo sfioravo proprio sul fallo e lui lievemente gridava, mi piaceva un sacco sentilo gridare, perché mi comunicava un senso liberatorio che io invece non sapevo ancora darmi, costantemente crucciato dal giudizio del mondo.

Gli accarezzai i maroni, poi il pene riprendendolo a masturbare: il suo odore mi arrivò violento; quel cazzo era d’una durezza adamantina, Luca doveva essere straeccitato e non sembrava anelare altro che sentirselo da me scappellare. Presi a sferzarlo, mentre incominciavano a farsi sentire più chiaramente i suoi «aah…», ma ancora sussurrati; doveva essere quel clima sopimento a farlo contenere, ma io volevo sentirlo urlare: – Luca rilassati! – gli dissi: –voglio sentirti urlare!– e finalmente i suoi gemiti iniziarono a farsi più alti. M’abbassai su quel glande famelico e lo scappellai; ma da quanto non lo riospitavo dentro la mia bocca? fu come ritrovare un carissimo amico perduto nel tempo; solo ora Luca aveva aumentato ulteriormente il volume, ma io così lo volevo! Sembrava incitarmi coi suoi versetti di godimento squarciando il velo di silenzio tenebroso; incominciai a succhiarlo come un forsennato, come se per la prima nella mia vita l’avessi succhiato, e mi figuravo (il suo) come un’immensa trivella perforatrice di ghiacci, solo che ora era il foro (la mia bocca) a svolgere l’azione attiva andandogli incontro. Avevo perso persino il computo dei gemiti per sapere tra quanto sarebbe venuto, e mi ritrovai la gola ripiena del suo succo meraviglioso; un po' ne andò anche di traverso, talmente era tanto e non ci stava dentro la mia bocca con tutta la cappella, ma inghiottendone ripresi a succhiarlo, sentendone giungere del nuovo. Mi ero oramai assuefatto a quella copiosità, tanto che continuai imperterrito a succhiarlo fin oltre il suo ultimo spasmo, finché quel pene non fu completamente mollo.

Oramai c’era soltanto un incomprensibile silenzio nell’aria e oltre ai miei movimenti impacciati erano i suoi rilassati respiri a farsi sentire; Luca giaceva lasso nel letto, lo accarezzai sul pube ancora un pochino e poi decisi di coricarmi con lui che già sentivo infreddolito. Me lo caricai addosso: non mi sarei perso per nulla al mondo la stupenda sensazione di lui sul mio corpo, il suo leggero carico poggiarmi addosso, il suo lieve tepore darmi conforto; così me l’appoggiai con la testa sul petto, restando un attimo immobile a goderlo e ringraziarlo d’esistere, poi lo accarezzai. Luca finora era stato zitto, quasi sopito direi, ma appena passai la mano tra i suoi capelli, disse: – Sono venuto molto? –; non so perché, ma quella domanda mi diede fastidio: stavamo così bene ora, e lui interrompeva quell’attimo pace per una questione di quantità? probabilmente per il suo orgoglio da primino doveva essere quella questione fondamentale, specie dopo otto giorni d’astinenza, ma per me no.

Dormi, su!– gli accarezzai la testa.

Ma… – fece distaccandosi da me.

Sss… riposati, dai! dormimi sopra… – riportai nuovamente la sua testolina a ripezzarmi quella chiazza di freddo che mi aveva lasciato e rise.

Che c’è? – gli chiesi.

…mi – mi!

Oh… si dice così! – e finalmente anche lui tacque.


Riposavamo ormai da un quarto d’ora nudi e rilassati nello stesso letto, e sarei rimasto in quella posizione anche per ore, non m’interessava d’essere soddisfatto, talmente mi soddisfaceva averlo sopra da coccolare, ma si alzò, contro il mio volere. Stavo quasi per rimproverarlo, quando m’accorsi che si stava rannicchiando sulle mie gambe per masturbarmi; mi parve quasi una sagoma di madonna nera che dominava la scena.

No! lascia… – gli dissi: non volevo che lo facesse perché si sentisse obbligato, ma Luca mi fece intendere che voleva farmi venire; però le mie mutande gli davano fastidio e decise di togliermele. Indietreggiò sulle mie ginocchia, iniziando a suziarmi: mi stava succhiando mentre sfilava le mutande e, giunto alle caviglie, prese a baciarmelo scendendo giù fino ai testicoli; Luca… te e i tuoi bacettamenti! mi stava facendo impazzire: l’avrei preso e violentato seduta stante, quando mi chiese: – Dove le metto? –.

Buttale di qua, di là ci sono le tue! – e poi riprese a masturbarmi; con l’altra mano cercava di carezzarmi, imitandomi, ma malamente: i suoi movimenti erano troppo impacciati e il tocco decisamente poco leggiero, ma in fondo non era quello che contava… presto però sembrò stufarsi: – Ma è come me che non vieni? – chiese.

Sì… – era da quella polluzione notturna che non venivo, quindi più o meno come lui, e allora Luca si buttò a fellarmi; in quella notte buia, vidi soltanto una sagoma nera svanire come il venir meno d’un’ ombra che lascia il posto ai toni grigi di una scrivania sullo sfondo. Mi creò però un leggero imbarazzo quel suo intervento, perché da zero mi sentii il glande completamente scappellarsi con un suo risucchio, e a quella sensazione urlai, trasformandolo l’urlo poi svelto in gemito. Mi sentii letteralmente limonare il pene, come se lo stesse baciando al posto della mia lingua, talmente ne aveva voglia; sembrava davvero volerlo tutto e subito, non dandomi nemmeno il tempo di godere, quasi avesse fretta di andare a dormire… e potevo io andare contro il volere del mio padroncino? Portai le mani sulla sua cavezza, ma non per premerla, per sentirla muoversi su e giù aumentando di ritmo, e in pochi secondi fui totalmente suo: un orgasmo travolgente mi salì lungo l’asta per scaricarsi dentro la sua bocca assieme alle mie tensioni, che lui succhiava avidamente, e poi ancora e ancora in quell’orgasmo che sembrava rinnovarsi continuamente. Se continuava così, sicuramente avrebbe continuato fino in fondo - come feci con lui -, ma improvvisamente smise: si fermò con il mio pene in bocca e deglutì, riprendendo poi a masturbarmi e alzandosi.

Luca vie… – «…ni qua!» lo reclamai: mi aveva tolto il godimento dell’orgasmo fino in fondo, allora pretendevo in risarcimento il suo corpo; ma lui mi precedette.

lo so… lo so… – gattonò verso di me, col tono di chi sapeva già che l’avrebbe fatto e si riadagiò; quella piccola canaglia l’abbracciai immediatamente come la cosa più belle del mondo, perché ero ugualmente il ragazzo più felice della terra: sedic’anni, un bel primino a dormirmi sul mio corpo e il sapore ancora dentro la mia bocca.

***


– Alle ho freddo! – mi disse Luca lievemente tremare: sembrava chiedermi il permesso per potersi rivestire… che tenero! tremava fra le mie braccia come una fogliolina in pelle d’oca, che percepivo come un braille sotto le mie dita; lo accarezzai ancora un po' e poi gli diedi il benestare, anche se dentro rimpiangevo già quella tenera nudità. Appena s’alzò corsi lungo suo ventre per tastarne il fallo: era molle e ancora bello barzotto, non mi sarebbe dispiaciuto succhiaglielo un pochino già che stava fermo, ma non potevo esser io cagione d’un suo malanno.

Nel mio palmo sentivo ancora la dolce genitalità di prima, e la ricercavo stropicciandomi i pantaloni, mentre mi rivestivo, ma non aveva eguali…; mi voltai poi verso di lui, io mi ero ormai completamente vestito, ma lui no: – Allora…? –, gli mancavano ancora i pantaloni.

…e non trovo più le mutande! – mi disse col nel tono la preoccupazione di chi già riviveva gli esiti di quella volta nella mente.

Dai… non scherzare! – due volte dietro fila era impossibile, a meno che nella mia stanza non ci fosse stato un folletto addetto alla sparizione delle sue mutande!

Non sto scherzando, non le trovo davvero!

Ma allora è un vizio! – fu la prima cosa che mi venne in mente, ma a Luca non piacque.

Dai, tirale fuori!

Ma non te le ho nascoste io, le ho buttate dalla tua parte …

Uffa!!! – sembrava nuovamente disperarsi in quell’empasse senza uscita; poi andai a cercarle assieme a lui. Pensai financo di ridargli, in caso estremo, il suo vecchio paio che avevo ritrovato, anche se la cosa mi scocciava: in parte separarmene e in parte per la figura che ci avrei fatto, tirandole fuori ingiustificatamente da un cassetto, di maniaco trafugatore della sua biancheria.

Ma ne hai un altro paio, vero? – perché mi scocciava dargliene un altro mio.

Sì, ma è per domani! – non si voglia mai che la mammina venisse a sapere che aveva fatto il bagnetto senza il cambio delle mutandine! – E poi non posso perdere un altro paio … a mia mamma che cosa dico!? – perché sua madre faceva la conta delle mutande? poi finalmente vidi uno straccetto bianco e puntinato, allontanando la luce dal letto: si vede che l’avevo lanciato con troppo impeto.

Toh… guarda!

Oh, bene! – me le strappò di mano infilandosele, mostrandomi il grillo; e perché questa volta non mi avevo chiesto di aiutarlo… proprio adesso che gliel’avrei anche infilate!

Va bene adesso? – il suo panico sembrava placato.

Meno male! – esclamò e ridacchiando tornammo nel letto. Dopo tutto quel rilassamento di prima, la ricerca ci aveva stressato, ma appena abbracciato lo sentii subito dormire: ma che bel primino! Luca… vorrei, vorrei che questa notte non finisse mai, come se il mondo dietro quella porta scomparisse ora e poi… perché il mondo non è pronto per l’amore dei briganti! Io e te possiamo vivere solamente come parole a mezza voce: dette, per esser poi taciute.

giovedì 10 aprile 2008

Il rompiscatole

È stato pubblicato un nuovo racconto "Il rompiscatole" precedente in cronologia rispetto gli attuali racconi, cliccate sul link!

lunedì 10 marzo 2008

Una lunga giornata

Rincontrai Luca felice davanti l’uscita di scuola; sembrava non star più nella pelle, appena mi vide corse subito verso la macchina gridandomi di venire; quel pomeriggio sarebbe venuto da me e vi sarebbe rimasto l’intero weekend, due giorni tutti per noi… e lui tutto per me! e come al solito nel ritorno lui salì davanti e io didietro, non capivo il perché, nell’andata sedevamo tutti e due dietro, ma forse era soltanto questione d’abitudine: una pura casualità trasformatasi poi in consuetudine scaramantica; ma a me piaceva così, anche perché potevo ascoltare i loro dialoghi pur standone fuori.

Allora, Alle, – mi chiese sua madre: – cosa combinerete stasera? Scommetto vi divertirete… – suggerì, ma il suo tono era realmente pieno di curiosità; di quella sana curiosità che prende ogni genitore quando il proprio figlio passa la notte fuori di casa.

Ma no… niente d’eccezionale…! Stasera siamo soltanto io e lui, e domani forse vengono due miei amici… – non potevo dirle forse avevamo intenzione d’uscire.

…e ragazze niente? – provocò sua madre; io non risposi, probabilmente arrossendo, e lei riprese: – Veh, che lo so come vanno queste cose… sono stata ragazza anch’io, sai! Sono uscita anch’io la sera con le mie amiche, e quante volte andavamo dai ragazzi con le case libere… – ma Luca la interruppe bruscamente…

Sì, mamma abbiamo capito mm… non ci interessa sapere cosa facevate da ragazze! – probabilmente era seccato di sentir sua madre raccontare le sue si avventura da ragazza.

Eh… Luca… adesso fai così, ma quando ti interesseranno le ragazze vedi…

No, Mamma, mi interessano già le ragazze! – le rispose tostamente – solo che non mi interessa sapere cosa facevate quarant’anni fa! –.

Oh, ma quanto mi fai vecchia! Ma guarda te che figlio impertinente, vero alle? – mi chiese conferma, ma io in quelle beghe non ci volevo rientrare! per fortuna che accostò a casa mia…

Allora ci ved… – stavo per dire, ma sua madre intervenne inopportunamente: – Guarda, Luca, guarda che bel mao! –.

È Niki! – esclamò Luca con la sua acutezza giovanile.

Il mao… – diss’io sconvolto dall’infantilità di quel termine.

Sì, quando lui era piccolo li chiamava sempre così… il bau e il mao, e allora io glieli chiamo ancora così per prenderlo in giro! – insomma: era una ritorsione materna per averle dato della “vecchia”, e per fargli capire che era comunque sempre il suo piccolino.

Comunque è il mio! – le dissi mentre Luca ci guardava già male.

Ah! Allora ecco perché torna sempre pieno di peli; hai un gatto! – beh, se guardava meglio forse notava anche dell’altro: possibile che non si sia mai interrogata su quell’abbigliamento sempre inspiegabilmente stropicciato? ma era meglio sorvolare: – Luca che fai allora… – gli accarezzò i capelli: – scendi anche tu che ti porto dopo la roba? –.

No! – disse lui muovendo il ditino pieno d’orgoglio: – Vengo dopo io col mio motorino – sottolineando ogni volta quel “io”: – così sono libero tornare a casa quando mi pare! – e soprattutto non doveva farsi accompagnare dalla mamma, che, a quattordic’anni, non faceva certo sintomo d’autonomia… e poi non avrei neanche saputo che cosa preparargli visto che prima dovevo vedere che cosa mia madre mi aveva lasciato per il weekend! Poi l’autovettura andò via con Luca che gesticolava animatamente.

Chissà che cosa ci avrebbe riservato quella giornata? troppe robe avevo per la mente, e troppe tra loro contrastanti per potergliele realizzare tutte.


***


Di già…? avevo appena finito di sistemare i piatti quando riconobbi un rumore noto; capivo benissimo ormai quando arrivava, seguiva sempre il solito pattern: una sgasata a inizio della via per poi planare fino casa mia, soffermandosi a borbottare col motore acceso davanti al cancello, quasi aspettasse impazientemente; ma di solito riuscivo a dargli il tiro prima che s’arrestasse, così ch’entrasse, parcheggiasse in completa autonomia e salisse da solo fino in cucina, dove l’attendevo; oggi però proprio non riuscivo a trovare il telecomando.

Luca tra poco sarebbe entrato da quella porta; era venuto in fretta oggi e sicuramente s’aspettava qualcosa… e subito! eppure per me era così chiaro che sarebbe stato meglio aspettare... Luca comunque comparve sulla soglia col suo biondo radioso, a illuminare la stanza, e disse: – Ciao, come va? –. Recava in mano un casco e a spalla i due zainetti, l’uno coi libri e l’altro con la “roba”, mentre io per la tensione non riuscivo a rispondere; un imbarazzo d’aspettativa si respirava nell’aria, finché lui non disse, rompendo il mio nervoso: – Allora… –.

Dai, intanto vatti a cambiare così stai comodo anche te! Vai pure in camera mia! – per non cadere nell’immediata tentazione lo mandai via e Luca salì con lo zainetto a monospalla, come un figo incredibile, così che intanto vedevo l’oggetto della mia venerazione allontanarsi disinnescando il mio incendio interiore. In quell’attimo raccolsi subito le mie idee e decisi: che avremmo aspettato la sera, perché sarebbe stato più bello! Ma come fare a convincerlo? Luca ridiscese in una grigia tutina, esattamente come la mia; ora sì che eravamo veri cugini come a scuola andavamo tanto spacciandoci per giustificare la nostra intesa… ma nonostante vestisse in quell’abito informale, era bellissimo: era come un piccolo modellino dotato d’una gran dote, non proprio nascosta… e difatti discendendo l’ultimo gradino vi passò sopra la mano ridicendo un grazioso: – Allora… –.

Subito gli andai incontro togliendogliela con tono deciso: – Mh! Mio! – per sottolineare la mia proprietà.

Eh! Adesso…! – rispose ristrofinandosela immediatamente.

Mio! – gliela levai di nuovo.

No… è mio! – vi ripassò la mano.

No, mio! –

Luca stette un attimo attonito, guardandosi intorno, non sapendo cosa rispondere, e si grattò sovrappensiero la spalla. – Sei lì pure mio! – gli dissi levandogliela: – sei tutto mio! –; ma Luca alla mia frase sgrammaticata reagì liberandosi le mani e mettendosi sulla difensiva.

Alle, te l’ho detto che non sono il tuo giocattolino! – pronunciò con voce minacciosa; il mio piccolo aikidoka del messaggio aveva colto il senso, ma non il tono giocoso, ed ora era teneramente minaccioso.

Sei mio perché sei in casa mia… – gli spiegai il senso: – e visto che i miei non ci sono, il padrone sono io… e quindi per questi tre giorni tu sei mio! – in fondo mi stavo rifacendo alle nostre regole.

Mm… – mugugnò rigrattandosi la spalla.

Allora! – lo rimproverai.

Ma ho prurito…

Allora ti gratto io! – gli infilai una mano nel colletto per grattargli la clavicola. Mi sembrava quasi di toccare un ossicetto di pollo: sottile, magro, leggiero, che mi trasmetteva l’idea di un’intima fragilità, di un corpicino inerme, nonostante l’ostentazione di coraggio, che andava difeso: – Tu me lo dici che ci penso io… ma tu non devi più toccarti, capito? –.

Ma dappertutto?

Dappertutto…!

E allora avrei un prurito anche qui… – m’indicò il suo pacco; maledetto! Dovetti grattargli pure quelle e lui cominciò subito a godere come un matto: – Ahhh, ma come fai…? – .

Cosa…

A grattarmi, senza farmi male! – godeva sia con gli occhi che con la bocca in quel momento, ma io non riuscivo a capire bene che cosa intendesse: forse si riferiva a quel fatto che quando chiedi di essere grattato per non farti del male, finiscono sempre per non grattarti affatto, oppure usano le unghie veramente; cosicché, essere grattati piacevolmente, è praticamente impossibile… ma io avevo la mia tecnica, e gliela mostrai prima finalmente di sederci e fare i compiti allontanandoci da quella tentazione.

Che fatica oggi fare i compiti con Luca, aveva sempre prurigine dappertutto… e non bastava mica che lo grattassi dai vestiti: no, no! dovevo proprio andare sotto e grattarlo sulla pelle nuda, come «solo io sapevo fare»… e ancora più strano era il fatto che avesse sempre quel prurito intorno al pube, e si spostava pure! tanto che dovetti sempre grattarlo alternativamente sia suoi testicoli e che sul pene, immancabilmente duro; ma come potevo resistere a quell’affronto: a quella roba perennemente dura davanti agli occhi, che non s’ammosciava mai! Poi, d’un tratto passò un’ambulanza e una mano scaramantica andò a toccarmi i testicoli: – Presto toccami! – m’ordinò lui.

Perché?

Perché non posso!ma no, sotto!

Come sotto…

Dentro le mutande!

Che palle…! – aveva sempre una scusa buona per farsi toccare, e io mi sentivo crollare, sia fisicamente che psichicamente, con quell’irrefrenabile voglia, che avevo, di spararmi una sega; ma non volevo venire: volevo solo calmarmi, riappacificarmi con me stesso, una raspa rigeneratrice insomma; ma davanti a lui non potevo… o sarebbe voluto andare fino in fondo, ma per fortuna che andò in bagno.

Vieni… – mi chiamò.

Per cosa?

A tenermelo, hai detto che non posso toccarmi! – che pestifero!

No, no, lì fai pure da solo! Diciamo che ti do un’esenzione dai…! – e finalmente si allontanò. Appena voltò l’angolo, mi abbassai i pantaloni e mi tirai una sega pazzesca direttamente sulla sedia, tanto, come già detto, non volevo venire, ma solo raccapezzarmici con me stesso, ritrovare formalmente la mia padronanza del corpo, della mia libido, il cui controllo era stato fortemente compromesso, ma Luca tornò improvvisamente: – …e no, non è giusto! …anche tu devi farti toccare! –.

Ma tu forse non hai capito, che non sono io a essere anche tuo, sei tu a essere soltanto mio! – dissi finalmente smettendo di menarmi.

Vuoi forse litigare… – mi ricattò. Che bastardo! memore della sua reazione di prima, sapeva che l’avrei lasciato fare pur di non tornare a litigare. Luca con smania iniziò a smerlettare con la linguina mezza fuori, tipica di quando aveva perso l’autocontrollo; aveva una smorfietta che era tutto da mangiare, ma anche una voglia famelica metterlo bocca, ipnotizzato com’era dalla mia verga. Preso da quella paura l’abbracciai prima del suo abboccamento, ma ora chi avrebbe dissuaso me dal continuare? quell’abbraccio ci sarebbe stato fatale: – Luca, dobbiamo distrarci… – invocai il suo aiuto.

Lo so, Niki dov’è? – suggerì ,strusciandosi anche lui dolcemente con la testolina; giusto… che genio! Quel felide inutile, che passava otto noni del suo tempo a poltrire e a mangiare a sbafo, dov’era quando serviva? Lo cercammo sul divano, dove l’avevo lasciato dopo pranzo, sulle sedie, sotto i tavoli, negli armadi, ma niente non c’era! Dov’era? scesi le scale e lo scovai, come al suo solito, raggomitolato in una scatola; – Vieni qua tu! – lo presi con me. A ogni gradino di quella breve scalinata mi soffermai ad abbracciarlo: ne avevo proprio bisogno di quella inusuale terapia, o presto Luca avrebbe fatto la sua stessa brutta fine ma con esito ben diverso…; riemersi dalle scale, per darlo ora a lui in braccio e disintossicarsi.

Dov’è il collarino… – mi chiese.

Eh, glielo dovuto levare… mia madre mi ha detto, se no, che dopo poteva impigliarsi nella siepe… – e Luca non obbiettò, ma lo strinse più forte, come volesse scusarsi con lui per quel pericolo mai corso: – però se vuoi adesso possiamo metterglielo, se lo teniamo dentro in casa… – e corsi subito in camera a cercarlo per poi ridiscendere giusto in tempo per vedere la scena: Niki in un moto di mattana si stava ribellando a Luca, stanco forse dello stargli in braccio, ma lui lo tratteneva; – Presto lascialo…! – stavo per dirgli, ma troppo tardi: Niki per divincolarsi lo graffiò e con un balzo quasi lo capitolò al tappeto: – Luca stai bene? –.

Sì, però m’ha graffiato

Fa vedere! – un graffio a mezzaluna lo solcava sotto il polso: non profondo, né aperto, ma lungo e rossastro; il tipico graffio da “fuga”, che non fa male, ma brucia moltissimo: – Dai che ti disinfetto!

– Ma solo è un graffio! – ma proprio adesso doveva farmi Mr. coraggio! Proprio ora che volevo consolarlo.

Fa niente, meglio disinfettare lo stesso! – e poi a me piaceva curarlo… presi l’acqua ossigenata e tornai dal mio feritino.

Cos’è…? – guardò il flacone con sospetto.

È acqua ossigenata…! Non l’hai mai usata? – manco ci fosse sopra il teschio di morte!

Ma brucia? – mi chiese ritirando il braccio.

Eh sì… un pochino… ma disinfetta e chiude subito! Non l’hai mai usata? – gli ripetei.

No! – e mi riporse finalmente il braccio; ma come: prima mi ostentava tanto coraggio e ora chiudeva gli occhi? che primino…

Comunque Niki è forte! – disse dopo il mio intervento, cercando dialogo – …mi ha quasi spinto all’indietro! – sembrava quasi che ci fosse qualcosa di cui stupirsi.

Ma non c’è nulla di strano, il gatto è un animale forte! Pensa a quanto salta… tu, in paragone, dovresti quasi saltare una casa!

Sì, ma io sono più grosso di lui!

Eh… ma non più furbo… – se no, non si sarebbe fatto graffiare.

Eeeeehh… – mi fece il finto risolino da battuta antipatica.

Comunque non c’è nulla strano, se ci pensi bene non sarei neanche 10 volte lui…

Cioè?

Cioè, che non pesi neanche 10 volte lui!

Impossibile! – asserì categorico.

Ah no! tu non pesi neanche 45 kili, lui più di 5… fai un po' tu! – davanti all’evidenza tacque: – Comunque… – continuai: – lo dovevi lasciar andare! –.

Ma io volevo tenerlo! – obbiettò giustamente.

Sì, ma tu non hai diritto di costringerlo se lui non vuole! devi lasciarlo andare, devi rispettare la sua volontà!

Il faccino di Luca si fece improvvisamente nero: – Non ho capito! – sbottò subito furioso:– io non posso fare quello che voglio in questa casa e lui sì! Valgo forse meno d’un gatto adesso! – meno d’un gatto, no; ma meno di Niki, per me, sì! e offeso se ne andò verso il divano.

La giornata stava decisamente prendendo una brutta piega: l’avevo già fatto incavolare due volte e questo non giovava né a me e né ai miei progetti, anche se adesso almeno tutta quella carica sessuale di prima ci avrebbe impiegato un bel po' prima di rifarsi viva; ripresi il felino e andai da lui: era doveroso rifar pace con Luca non soltanto per me, ma anche per lui, e oltretutto non sapevo con che altri pretesti cominciare.

Luca subito non ci degnò d’uno sguardo: offeso guardava il televisore tenendoci il muso, quando poi Niki incominciò a fare le fusa e io glielo misi vicino, allora lui dovette capitolare e accarezzarlo prima timidamente sul coppino, e poi chiedendomelo in braccio: – Me lo dai? –.

Sicuro… – non volevo che facesse la stessa fine di prima: gli animali sono bravi a sentire lo stato timoroso e reagiscono inaspettatamente.

Dai! – ripose sicuro; gli passai il fagotto che mollemente gli si adattò sulle ginocchia, e lui iniziò a vezzeggiarlo immediatamente come al suo solito, ma con evidente più rispetto di prima: se questa volta fosse voluto andare, certamente l’avrebbe lasciato. Pian piano fui completamente obliato, oramai erano tornati una coppia e io l’intruso, nonostante fossi il padrone di casa e di entrambi.

Luca, ma se ti piacciono cosi tanto, perché non te ne fai regalare uno? – così capiva che non erano soltanto dei peluche animati, ma dei veri rompiscatole quando chiedevano da mangiare o andavano in amore; troppo comodi vederseli belli a casa di altri, senza però doverseli subire.

Non posso… – disse facendosi malinconico.

Perché… – la mia prima tentazione fu quella di accarezzargli la fronte.

Mia mamma non vuole… – e Luca si chinò verso Niki quasi ad abbracciarlo teneramente.

Perché scusa…

Lascia stare… ha ragione in fondo! E poi neanch’io voglio… – e a quelle parole si fece ancora più triste, ma di una tristezza profonda, di quelle nell’animo più cupo, ma sentivo che mi mentiva.

Ma perché? – questa volta lo accarezzai sulla schiena.

Luca chinò il capo ulteriormente guardando Niki, e dopo un interminabile secondo rispose laconicamente: – Perché poi muoiono… – e in quell’attimo Niki scappò. Il mio primo desiderio fu quello di stringerlo forte, mentre guardava con lo sguardo malinconico in basso e quella cupezza intorno a lui; ma cos’era quello spettro di morte che aleggiava turpe sulla mia luce? Sciò! Via… pussa via! Lo colsi in braccio, caricandomelo addosso. Lo sdraiai, lo abbracciai, lo coccolai, e Luca cominciò a raccontandomi allora con la voce fioca il suo “trauma del pesciolino rosso”: quello classico da fiera, che non vive più d’un giorno, e lui l’indomani, ritrovandolo cadaverino, vi rimase ammutolito per un’intera settimana almeno, e allora sua madre decise: da quella volta niente più animali in casa; poi divenne muto. In fondo la capivo: se questi eran gli effetti ancora a ott’anni di distanza, Luca bisognava proteggerlo, preservarlo, tutelarlo da quel truce mondo, anche se la soluzione poteva sembrare ad occhi inesperti insensata.

***


Luca si risvegliò col faccino vispo sul mio petto e la manina che andava a tampinarmi da quelle parti… lo lasciai fare: mi abbassò i pantaloni e lo slip, e si soffermò a grattarmi il genitale, come gli avevo mostrato, prima di metterselo in bocca. Capii in quel momento che dovevo lasciarlo fare, perché ne aveva bisogno: chiusi gli occhi e mi rilassai, ma non per godere, solo per resistere di più, per lasciarlo continuare allungo; mi ero oramai quasi completamente estraniato dal mio corpo, non sentivo più le sensazioni, ma lui soltanto succhiare, andare su e giù lungo l’asta come in una lunga tettarella; avevo persino perso la cognizione del tempo, non sapevo neppure se erano passati dieci, venti oppure mezzora da quando aveva cominciato, ma alla fine la fame mi destò dal torpore.

Luca, tu non hai fame? – gli dissi.

Sì! – rispose finalmente mollando il mio cazzo: – Cosa c’è?

Pasta…

Solo quella! – che si aspettava da me!

Non sei mica ristorante! – anche se prima si era appena fatto un’abbondante scorpacciata di pesceIo sapevo fare da mangiare per me, ma non di più piatto di pasta o di una bistecca riscalda, o comunque di un qualcosa riscaldato al microonde, anche se di certo sapevo fare più di lui. Luca mi seguì in cucina dandomi tutto il suo apporto seduto sul tavolo alle mie spalle; non lo sopportavo quando faceva così: mi guardava col suo sguardo innocentino, quasi fosse un angioletto contornato da un’aura bionda, e intanto il mio occhio cadeva immancabilmente tra le sue gambe dal suo faccino; era un criminale faccia d’angelo, che mi provocava continuamente: sarei andato lì e gli avrei tirato un marlettone direttamente sul tavolo, ma in quel momento entrò Niki inopportunamente. Subito lo chiamammo entrambi dai lati opposti della stanza; il gatto pareva disorientamento: non sapeva dove andare, ma il mio micio era furbo e sapeva che era il padrone… e difatti andò da lui a ricevere le carezze.

Ah sì… – mi avvicinai: – Giuda! – ma il quadrupede si voltò miagolandomi: – no, tu sei più il mio gatto, non ti do da mangiare! Sei andato da lui… e allora fatti dare da mangiare da lui! – e me ne andai.

Niki incominciò a miagolare insistente e Luca intervenne: – Niki, hai visto che padrone cattivo che hai, non ti vuole dare da mangiare… dai te lo do io! che evo fare? –.

Dagli le crocche di quel sacchetto! – non mi voltai neanche, sentii solo una cascata di crocchette versarsi nella ciotola: – Ma Luca è un gatto… mica un bovino! – gli dissi voltandomi. Luca mi guardò perplesso con un’espressione dolcissima e quel grosso sacchetto sottobraccio; sembrava quasi che io lo avessi rimproverato e invece volevo soltanto correggerlo, poi lui si congedò andando in bagno: – Sì, ma fai presto! –

Va bene… –.

– …e non ti segare! – mi diverti molto fargli quelle raccomandazioni, ma appena si chiuse la porta la sua voce arrivò: – Alle, mi sparando le seghe! –.

Nooooo!

e invece sì… ahaaa… ahaaa… ahaaaaa!

Beh, peggio per te! Vuol dire che allora stasera dormirai sul divano… – gli feci intendere che in realtà avevo in mente ben altra sistemazione per lui quella sera.

No… no… Alle sto scherzando! – ma io mi allontani senza rispondergli. La prima cosa che fece, uscito dal bagno, fu quella di assicurarsi che io avessi capito: – oh, non mi sono segato! – ripeteva: – hai capito? –; ma io non l’ascoltavo – oh, non mi sono masturbato… ho cagato!

MA SI’, ho capito! – gli gridai infastidito più quella sua irritante precisazione: – ma cazzo! non c’è mica bisogno di raccontarmi cos’hai fatto nel bagno! – specie che aveva defecato! va bene ch’eravamo ragazzi e ogni registro potevano essere saltato, ma almeno il minimo comune denominatore del pudore poteva tenerlo...

Dopo cena la parte più difficile di tutta la giornata: con quelle tre - quattro ore da riempire col fatidico «che fare?» prima di andare a “dormire”; perché mica sarà voluto andare a letto presto proprio oggi che avevamo la casa libera tutta per no? – Che facciamo? – continuava a chiedermi.

Non so, ieri ho noleggiato un film ma terrei per dopo… Play?

Mm No! non ne ho voglia… – disse, poi tacque lungamente: – Non hai, che so, dei giochi di società… – di società…? non credevo alle mie orecchie…

Sì, là – gli indicai ancora incredulo lo scaffale; Luca si rannicchiò per passare in rassegna tutte quelle vecchie scatole di giochi di società, forse usati uno, due volte al massimo da piccolo sull’impulso del giocattolo nuovo, costringendo i miei a una serata in famiglia, per poi dimenticarle lì ingloriosamente, dopo che per anni magari avevano intrattenuto le serate della generazione di mio padre. Risiko, Forza quattro, L’Oca, Scarabeo… Luca continuava a passarli tutti indeciso col ditino, forse ora si sarebbe convinto anche lui dell’assurdità dell’idea.

– tu a quale vuoi giocare? – mi passò la patata bollente; dunque: L’Oca… no! troppo stupido, e poi basato soltanto sul culo finisce subito; Forza Quattro e Risiko… no! mai stato bravo in quei giochi, e poi Risiko in due è noioso e a Forza quattro venivo battuto sempre, inoltre lui, non so perché, mi dava l’idea di uno che aveva passato gli ultimi due anni di vita a giocare a seghe e forza quattro; Scarabeo … sì! lì certamente l’avrei battuto: conoscevo certamente più parole di lui.

Dunque… dunque, dunque…– finsi incertezza: – Scarabeo, dai! – .

No, Monopoli! – e prese fuori direttamente la scatola, ma allora che cosa me l’aveva chiesto a fa’? Mi davano fastidio quelle persone che ti chiedono consiglio e poi comunque fanno di testa loro!

Però non so se ho le regole!

Fa niente… ce le inventiamo! – ma sì, dai… così da Monopoli sarebbe diventato Pornopoli!

Ci piazzammo al centro del tappeto davanti al divano col televisore alle spalle acceso a tenerci compagnia; l’inizio del gioco fu tutto molto serio: rispetto all’originale poco ortodosso, ma ancora niente era uscito, né entrato dai nostri pantaloni, invece dopo fu Luca a farsi prendere per primo dall’istupidimento e a voler assolutamente controllare se il mio “prigioniero” era rimasto per tutto il tempo (tre turni) rinchiuso in prigione, constatandolo con mano; e nel frattempo era diventato un vero Paperone, con hotel e palazzi sparsi qua e là in barba a qualsiasi piano regolatore. Era incredibile come un gioco banale, e normalmente noioso in due, era diventato con lui un vero spasso, specialmente quando, per megalomania, si distese sul fianco lungo il divano a rappresentar, diceva lui, la scritta “MONOPOLI” installata sulla montagna, stile “HOLLIWOOD”.

Luca saltellò 3 passi e capitò su “Vicolo Corto”, ancora invenduto.

Aaaaah, Bigolo Corto… – lo sbeffeggiai in quel clima di sbornia pre-sesso per l’acquisto obbligato; allora Luca s’abbassò i pantaloni e disse: – Beh, proprio corto non mi sembra! – e mi trovai così davanti agli occhi quei venti centimetri: belli, duri, diritti, che come una freccia m’indicavano la direzione della sua testa – siccome lui era un’insegna; avevo una voglia incredibile di leccarli tutti dalla radice fino alla punta: – Mettilo via, – gli gridai, dovevo vincere la mia tentazione: – Ti ho detto di non toccarti! – .

Ma mi sto tenendo la tuta!– rispose.

Fa niente… mettilo via! – se continuavamo così, non saremmo durati ancora molto; ma io non avevo paura per lui, quanto per me: sapevo che se mi fossi attaccato a quella cosa, non me ne sarei più staccato via, consumando tutto troppo presto per divertirci poi, nel prosieguo della serata. Riprendemmo il gioco, ma ora avevo sempre quell’immagine davanti la mente e persino la sua posa neutrale ora mi sembrava eccitante: me lo immaginavo disteso su un triclinio romano mentre io lo leccavo e lui muoveva per entrambi le pedine; basta! – Dai mettiamo via, mi sto annoiando, tanto hai vinto te! – in tutti i sensi, tra l’altro odiavo giocare quando sapevo già come andava a finire, specie se ero io a perdere; raccolsi i soldi, ma Luca ebbe un’idea: – Sai giocare a poker? –.

– Certo! – per chi mi aveva preso: per un pivellino di prima?

Propose un pokerissimo con i soldi del Monopoli, ma già me lo immaginavo come sarebbe andato a finire…; passammo indenni le prime tre mani, poi Luca volle alzare la posta, e la calura, giocandosi i calzini; ma che mi fregava a me dei suoi calzini, io che già ero possessore di un suo paio di mutande! e poi lui era già mio, che ero scemo a giocarmi qualcosa di già mio? – e scusa, ma che ci guadagno io? – lo sbattei all’indietro sul divano: – …tu sei già mio! – gli afferrai i testicoli salendo velocemente. Luca non attendeva altro: iniziai a masturbarlo e poi sul più bello mi fermai: – Ti piacerebbe, eh… e invece aspetti! Ora ci guardiamo il film! –: quella per lui sarebbe stata la più atroce tortura.

Avevo riflettuto per giorni sul film giusto da noleggiarsi: volevo un horror, ma non un horror-thriller o uno qualsiasi, ne volevo uno di suspense, d’attesa, di palpitazioni, uno che lo facesse sobbalzare sulla poltrona, attraversare gli angoli bui con sospetto, guardare sotto le coperte prima di entrarci; lo volevo terrorizzato insomma, qualcosa che lo facesse letteralmente cacare sotto dalla paura! e questo per il semplice fatto che sapevo di poterlo faro, sfruttando la natura da primino. Dovetti effettuare il noleggio con la tessera di mio padre, per prendere qualcosa di v.m. 18, tanto lui non se ne sarebbe accorto; neanche Luca sapeva cosa era tanto lui pur di fare il fico non avrebbe sicuramente detto niente. Spensi le luci, per creare atmosfera; accesi il Dolby, per sentire i bassi fin dentro i polmoni, e in fine stesi il panno su di noi, per creare quel sentore di finta sicurezza e lo show ebbe inizio. Abbracciai il primino distendendolo sul divano assieme a me, come quando ci riposavamo; che bello stringerlo dentro una stanza buia… avrei voluto coccolato, ma era meglio non distrarlo troppo dalla visione, io mi ero perfino visionato la pellicola prima, annotandomi tutti momenti migliori, per rimarcarglieli nel caso qualora avesse chiuso gli occhi. Sentii Luca sobbalzare due o tre volte per tempo: era anche stato bravo tutto sommato, ma verso la fine della visione lo vedevo inspiegabilmente guardarsi intorno con sospetto, scrutando le ombre, prestando orecchio ai rumori anomali; che voglia di continuare a spaventarlo, ma ora ogni minuto fuori dal letto, era un minuto in meno per il nostro divertimento.

Dai alzati! –

No, dai… restiamo ancora un po’ qui… – mi disse tutto affettuoso; ma secondo me era soltanto per rimandare quell’istante in cui sarebbe rimasto solo prima che riaccendessi la luce.

No, guarda che ora! – il display segnalava appena mezzanotte, ma era ora di andare… feci appena in tempo ad accendere la luce, che me lo ritrovai alle spalle: – Ah, sei qui! Vatti a cambiar,e dai… intanto io lavo i piatti! –.

No, ti aspetto! – disse seguendomi in cucina sempre seduto sul tavolo alle mie spalle; mi mossi anche dalla stanza ma lui mi seguiva, era come un cagnolino: sempre appresso; ero divertito dal quel suo religioso tallonamento, ma gli si leggeva in faccia la stanchezza dagli sbadigli che faceva: – Dai, vatti a cambiare, che poi ti raggiungo! –.

No ti spetto, non c’è problema! ma dove vai adesso… – disse in fine col tono lamentoso.

Giù, devo stendere! mi sono ricordato adesso che ho dei panni da far asciugare… –

Luca sbuffò, ma mi seguì; feci apposta a non accendere alcuna luce per tutto il tragitto, e neanche per il percorso che dovevo fare dallo stenditoio al garage, dov’era sita la lavatrice: volevo che mi seguisse tutte le volte al buio e per tutte le volte cui avevo deciso di separare il bucato; avevo oramai una seconda ombra, un gemellino siamese ma disunito, che in fine misi alla prova – Per piacere, mi vai a prendere l’ultima roba! –

Io…? –.

Eh sì! chi se no? – altri non c’erano… Luca si accostò alla porta per accendere l’interruttore, mettendo fuori soltanto il braccio come se sulla soglia ci fosse una ghigliottina che altrimenti gli avesse mutilato la faccia.

No…! – lo sgridai, Luca mi guardò per capire l’ammonimento: – Perché mi devi consumare inutilmente della luce… vai senza, no? tanto sai dov’è! – se no dov’era il divertimento…. anche se vi avevo fatto la figura dello spilorcio, che in fondo ero. Luca non obiettò, ma attese un secondo prima di solcare la porta, poi si fermò nel cono di luce proiettato dalla porta davanti a quel muro d’ombra che separa la zona in luce da quella di buio e in fine schizzò: – Spegni pure la luce del garage, già che ci sei! – gli gridai per farlo tornare completamente al buio, aspettandolo sulla soglia.

Luca comparve improvvisamente guardandosi di scatto all’indietro e attraversando velocemente la porta: – Tieni! –.

Ma che hai? – gli chiesi per il suo affanno.

Niente! – rispose.

Attesi un secondo in cui lo guardai intensamente con occhio indagatore, poi affermai – C’hai paura! – finendo col sorridere.

Noo! – obbiettò.

E invece sì! Allora perché mi stai sempre appiccicato?

non è vero… è… è che voglio starti vicino! – si accorse anche lui subito che quella frase stonava nonostante fossimo soltanto noi: – insomma non siamo qui per stare insieme, no? – si corresse giusto in corner, ma oramai era certo che avevo fatto di quel primino quel che volevo.

Dai cambiati! ce l’hai il pigiama, no? – gli dissi finalmente dentro la mia stanza.

Sì! – e si accinse a prenderlo fuori dalla sua cartella mentre io da sotto il cuscino e iniziammo a spogliarci: la tensione stava già aumentando vedendoci reciproci lembi di pelle comparire, e liberatomi dai pantaloni andai verso un cassetto.

Cosa fai… – chiese Luca incuriosito?

Prendo le mutande, no… tu non ce l’ha il cambio?

Sì… – e figurati se la mammina non gliele aveva messe dentro lo zainetto… – ma per domani, mi devo lavare… – disse come per chiedermi il permesso di docciarsi l’indomani in casa mia, cosa che certamente gli avrei concesso; poi Luca mi guardò accattivante: – Te le cambio io… –.

Prima lo guardai per capire se dicesse sul serio e poi lo bocciai, ma cos’eravamo… due bambini da doverci cambiare a vicenda! Poi per fargli gola glielo sbandierai duro davanti la faccia indugiando lungamente, Luca me lo guardava desideroso, e lo ridestai: – Dai finisci di cambiarti! –.

A proposito, dove dormiamo? – finalmente mi chiese.

Qui! –.

Ma c’è solo un letto…

Appunto! – voleva forse perdersi l’opportunità di dormire con me, come Robertino al mare…, Luca mi guardò divertito; non mi sarei mai perso l’occasione di dividere il letto col mio primino, anche se in una piazza sola ci saremmo stati strettissimi, ma era proprio quello che volevo: dormire tutta la notte abbracciato per non cadere… era tutta la settimana che lo pregustavo.

Luca sempre più elettrizzato scese quasi istintivamente il lato destro del letto, soffermandosi ad attendermi prima di sollevare le coperte; ci guardammo negli occhi dandoci il reciproco assenso a iniziare la nostra serata e ci fiondammo nel letto.

La prima cosa che feci fu quello di cercarlo, di stringerlo e abbracciarlo con tutta la smania che avevo mammamia quant’era tenero… lo passavo dovunque su quel morbido pigiava, sembrava lui fatto interamente di flanella e si faceva toccare tutto come fosse il mio immobile orsacchiotto, gli piaceva farsi guidare. Finalmente tutto mio, il mio primino tutto per me! un sogno realizzato in quella magica sera, quanti ricordi mi venivano in mente, di sere passate a letto con Robertino, ma ora il loro attore era sempre lui; il mio turgore stava esplodendo, e anche il suo percepivo, perché ancora non mi azzardavo lì a toccarlo: dulcis in fundo e ad ogni momento la sua sorpresa, rompendo pian piano tutti quei posticci tabù, per rendere più intensa l’ascesa. Mm… come mi eccitava tutto quel tenero primino per me, tutto dolce, tutto spaventato, poi un rumore ruppe l’intesa.

Cos’è? – mi chiese.

È Niki che gratta! – che rompipalle d’un gatto: – VATTENE! –.

Ma perché fa così?

Perché vuole entrare: ogni tanto lo prendo a letto con me! – e quella settimana l’avevo preso parecchie volte a letto con me in attesa di Luca e doveva averci fatto l’abitudine, ma ora stava decisamente rompendo.

Davvero, e fa anche le fusa?

– Sì, certamente, e fa anche un caldo incredibile, sembra una stufetta!

Luca sembrò intenerirsi e mi propose si prenderlo con noi; dunque: io coccolavo lui, che a sua volta si coccolava Niki… no! in quel letto eravamo già troppi adesso: – No, lascialo pure dov’è! – e intanto continuava a grattare – Niki, allora, te ne VAI! – se non la smetteva, presto si sarebbe ricevuto una ciabatta, ma poi finalmente smise e potemmo tornare noi due solamente, ma quel magico momento era svanito; che rabbia, cercavo di abbracciare Luca per ritrovare il tizzone, ma niente, la stanchezza era fin troppo forte e stava prendendo su entrambi in soppravvento, inoltre perfino lui si era troppo rilassato e non lo sentivo più pauroso e arrapante come prima.

Dove vai? – scesi dal letto.

Mmm, devo fare una cosa! Aspetta qua! – presi la torcia dal cassetto.

Ma dove vai?

Luca, dormi tu! ritorno subito… stai lì!

Era d’assolatissima importanza che Luca non uscisse dal letto e soprattutto che non accendesse la luce… uscii dalla camera in fretta, percorrendo il corridoio silenziosamente e a luce spenta: mi diressi verso il quadro centrale della luce e la staccai in tutta la casa; mi era venuta voglia di terrorizzare ulteriormente Luca in quella nottata, e quella era l’unica cosa che mi poteva venire in aiuto. Tornato in prossimità della stanza avanzai lentamente, senza torcia, sgusciai dalla porta a gattoni; Luca mi chiamò, ma io non risposi: – Niki sei tu? Alle…? – doveva essersi accorto di una presenza, ma non di me! Mentre Luca chiamava, mi avvicinai al letto, vicino la sponda inferiore, e ratto gli afferrai la caviglia.

AAAHhHH! – urlò; io risi: – Stupido!

Ma allora hai paura veramente!

Fanculo! Ma dove sei stato?

Niente… ho spento la televisione, mi sono ricordato che l’avevamo lasciata accesa! – in tanto chiusi la porta.

Chiudila a chiave per favore… – mi chiese.

Ma siamo soli in casa!

Dai…

Va be! – ecco cosa si otteneva a spaventare un primino; poi rientrai nel letto e l’abbracciai calorosamente, finalmente avevo quello che volevo: nel mio letto un primino stanco e spaventato, forse un fin troppo stanco…

Alle… – mi disse dolcemente: – mi sento stanco… – io intanto mi continuavo a strofinarmi arrapato attorno a lui: – possiamo dormire? – mi chiese col vocino tutto sottile.

– Ma certo… – lo accarezzai delicatamente, ma dentro stavo bestemmiando animosamente.

Davvero… – disse quasi stupito come se secondo lui l’avessi costretto anche contro la sua voglia.

Certo, non ci obbliga mica nessuno a farlo adesso… – lo rassicurai – C’è sempre domattina… – e domattina non mi sarebbe di certo scappato, poi lo bacia sulla tempia per dandogli la buonanotte, e quindi mi voltai dandogli le spalle.

venerdì 8 febbraio 2008

Aspettando venerdì

Quanti sguardi birichini, quante occhiate maliziose durante quei compiti di scuola che non avrebbero mai dovuto esserci… troppe volte le nostre mani si erano incontrate tra quei quaderni scarabocchiati nella consapevolezza che avrebbero mai dovuto essersi toccate, se volevamo resistere; solo due giorni mancavano… non potevamo sciuparli così! Se tutto quel subbuglio, tutto quel parapiglia era frutto di soltanto così pochi giorni d’astinenza, venerdì sarebbe stata una cosa fantastica! anche se ora era veramente difficile resistergli, a quel biondino incredibile; ogni suo effluvio era un profluvio d’ormoni ch’empivano l’aere.

Per l’ennesima volta Luca mi chiese intervento sui compiti di scuola come pretesto per toccarmi la mano, e come d’incanto calammo in un erotico torpore che piano ci portava ad avvicinarci: sapevamo ambedue benissimo che tra poco avremmo finito entrambi e che allora sarebbe stato alquanto più difficile resistere, ma per fortuna in quel momento entrò Niki; con la sua intrusione felpata, quasi per similarità alla nostra cognizione ovattata, s’insinuò sotto il sub-limite cosciente della nostra percezione assonnata a distarci, di rientro dalle sue penultime uscite autunnali. – Pc'… pc'… vieni qua… dai! –, ma il quadrupede non mi cagò di striscio e continuò la sua strada imperterrito verso il divano, la sua prossima dimora invernale per la quale presto avremmo litigato, sulla quale salì scomparendo dalla vista.

Oh, non ho capito! – andai a molestare il gatto accompagnato dal mio vice.

Niki si toelettava bellamente sul cuscino, mentre noi due restavamo ginocchioni a guardarlo nel suo gesto sinuoso, finché non lo interruppi con la mano: – Oh, quando ti chiamo, mi devi cagare, hai capito? – atterrai il felino.

Ma lascialo stare! – mi rimproverò Luca, si vedeva che non era suo il felide: – ma ciao Niki! … ma come sei bello! – disse con la voce stridula, portata all’estremo limite del suo registro vocale come sempre quando si rivolgeva al gatto, tanto che mi trapanava il timpano: – Niki… – poi lo vidi alzarsi: – tienilo lì che torno subito! – e scappò via; subito pensai che dovesse recarsi al bagno, ma lo sentii aprire la cerniera della sua cartella e poi un tintinnio. Ma cos’era?

Luca tornò: – Niki guarda…– gli sbandierò davanti al muso un collarino, che lui annusò: – ti piace, eh? – muoveva quel campanellino freneticamente.

– Che cos’è? Fa vedere…

E’ un collarino; l'ho preso per Niki… – ma che roba: neanche a dodic’anni avrei fatto una cosa del genere per il mio gatto…

Ma no…

Perché…

Ma non lo indossa, non è abituato! – un po', in realtà, ero geloso perché quel presente non era per me.

Ma aspetta! Aiutami a metterglielo – fui costretto a bloccare quel morbido ammasso di pelo che come al solito al brandimento s’agitò.

Ma come ti è venuto in mente?

L’altro giorno, mentre giravo, l’ho visto e mi è venuto in mente Niki… – ero felice di sapere che un qualcosa di me fosse sempre presente nella sua mente, perché in fondo ora era come se quel regalo lo avesse fatto implicitamente anche a me.

Ma quanto hai speso? – gli chiesi: non volevo certamente saper da quella cifra la valuta del suo pensiero per me, anche perché non è mai lecito misurar col pecuniato il valore d’un pensiero; ma il semplice sapere che si era separato di un qualcosa di suo, il danaro, per dare qualcos’altro a me, relativamente alle sue disponibilità di quattordicenne, mi era sufficiente per sentirmelo e acquisire lo stesso sapore di un “ti amo”.

Boh, uno, due euro… – disse finendo di allacciarlo, invece io l’avrei sommerso di coccole; poi lasciammo Niki che andò via tintinnando per nulla soddisfatto. – Guarda, gli piace! – disse Luca forse antropomorfizzando un po' troppo il gatto; ma io in quel momento, in quella sua manifestazione di dolcezza, io gli sarei saltato addosso: sentivo un intenso bisogno di stringerlo, di abbracciarlo a più non posso, ma non potevo!

Una crisi d’astinenza per la di lui corporeità mi prese; ma dovevo sedarmi, calmarmi, impedirmi d’abbracciarlo o tutto sarebbe finito lì, e mancavano soltanto due giorni… – Luca, vai a seguirlo! –.

Intanto io mi buttai sul divano, occupando tutto lo spazio disponibile e portandomi le mani sotto il petto per vincolare a me, ma Luca tornò: – Oh, che fai? – non gli risposi, guardavo dall’altra parte e gridavo dentro: – dai lasciami venire… –.

No!

Perché?

Lo sai!